Trasporti
Porti, crocevia strategico tra crisi globali e riforme interne
Di Alessandro Caruso
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
La centralità dei porti italiani torna al centro dell’agenda economica e politica in una fase in cui le infrastrutture marittime si confermano snodi strategici per il commercio globale e gli equilibri geopolitici. La crisi in Medio Oriente ha reso evidente quanto il Mediterraneo sia tornato un teatro cruciale: «Quasi certamente ci troviamo alla più pesante e difficile crisi che investe il Mar Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale», osserva il presidente di Assoporti Roberto Petri, sottolineando come le difficoltà nel canale di Suez e la chiusura dello stretto di Hormuz stiano incidendo su traffici, costi e approvvigionamenti. I porti italiani, per posizione e funzione, risultano così esposti a una doppia pressione: l’incertezza internazionale e la necessità di rafforzare la competitività.
La variabile tempo è decisiva: se la crisi si protrae, gli effetti sui bilanci e sull’intera filiera logistica rischiano di diventare strutturali. In questo quadro si inserisce il processo di riforma della governance portuale, avviato con il disegno di legge approvato a fine 2025, che punta a razionalizzare il sistema e a rafforzare una regia centrale capace di orientare investimenti e priorità. Per Petri si tratta di «un’opportunità imprescindibile», necessaria per fare sintesi e rispondere meglio alle esigenze del mercato, pur mantenendo un equilibrio tra centralizzazione e autonomia delle autorità portuali.
La possibile creazione di Porti d’Italia Spa si colloca in questa logica, come strumento operativo per coordinare interventi infrastrutturali e sviluppo logistico. Ma è soprattutto sulla partita dell’ETS che si gioca uno dei nodi più critici per la competitività del sistema portuale europeo. L’estensione del sistema di scambio delle emissioni al trasporto marittimo introduce costi aggiuntivi rilevanti per le compagnie e rischia di spostare traffici verso porti extra-UE non soggetti agli stessi vincoli. Per Assoporti si tratta di un «macigno» che grava sull’intero comparto, incidendo su noli e capacità competitiva.
La posizione italiana, condivisa dagli operatori, è quella di chiedere una revisione o una sospensione temporanea, per evitare effetti distorsivi in un mercato globale non omogeneo, senza mettere in discussione gli obiettivi climatici. Accanto a questo fronte, resta centrale il percorso di transizione energetica, con particolare riferimento al cold ironing, cioè l’elettrificazione delle banchine che consente alle navi di spegnere i motori e collegarsi alla rete elettrica, riducendo le emissioni in porto. Il processo è sostenuto dal PNRR e registra avanzamenti in scali come Trieste e Genova, ma presenta criticità legate alla capacità della rete elettrica di sostenere la nuova domanda. In questo contesto, le differenze tra porti dipendono più dalla capacità di investimento che da sensibilità ambientale. In chiusura, la digitalizzazione resta il fattore abilitante: superare la frammentazione dei processi e il peso del cartaceo significa ridurre tempi e costi, rafforzando la competitività del sistema portuale italiano in un contesto globale sempre più selettivo.





