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Iran: guerra, Trump e Teheran sospesi tra negoziati ed escalation

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Marzo 2026
Di Giampiero Gramaglia

Nella guerra d’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran, c’è un clima sospeso tra negoziati ed escalation: le trattative tra Washington e Teheran non si capisce bene se ci siano e a che punto siano, mentre s’avvicina la scadenza dell’ultimo ultimatum lanciato all’Iran dal presidente Usa Donald Trump, che dovrebbe esaurirsi nella notte tra venerdì e sabato e sfociare in ondate d’attacchi sulle infrastrutture energetiche, con insito il rischio d’effetti boomerang sull’economia mondiale.

C’è confusione e incertezza ovunque. Solo il governo israeliano pare avere le idee chiare: continua a martellare l’Iran e a condurre la guerra nel Sud del Libano, subendo – gli ultimi questa mattina – sporadici contrattacchi iraniani e degli hezbollah.

Politico scrive che le dichiarazioni del presidente Trump, “assurdamente incoerenti” lasciano dubbiosi gli alleati – e si direbbe pure la stampa -: “I Paesi europei escludono di contribuire a rendere sicuro lo Stretto di Hormuz fin quando il conflitto non sarà finito, ma non hanno ricevuto nessuna richiesta di assistenza specifica da parte degli Stati Uniti”.

Questo concetto è in qualche modo ripreso in apertura dal New York Times: “le minacce di Trump all’Europa pongono i leader europei in un doppio vicolo cieco: rischiano di irritare i loro elettori se scendono in guerra con l’America, ma rischiano pure proteste se non fanno nulla per riaprire le rotte del petrolio che l’Iran blocca e per allentare la crisi energetica”.

La ‘strategia del disordine’ di Trump, ammesso che sia una strategia, mette in difficoltà pure l’Asia, che dallo Stretto di Hormuz riceve buona parte dei suoi approvvigionamenti energetici, e lascia interdetta la Cina, che era al centro degli interessi statunitensi e che si ritrova marginalizzata: Trump ha posposto la visita a Pechino prevista a fine mese e l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping.

La guerra è nel limbo di uno scambio di piani di pace, o almeno di annunci di essi, reciprocamente inaccettabili: quello in 15 punti degli Stati Uniti, che è quasi una richiesta di resa incondizionata; e quello in cinque punti dell’Iran, che vorrebbe uscire dal conflitto con una posizione egemonica rafforzata nel Golfo Persico e sullo Stretto di Hormuz e con il riconoscimento dei danni di guerra.

“Teheran – scrive il NYT – è convinta che Trump non può dettare i termini e i tempi del fine guerra e anche per questo respinge le condizioni contenute nel piano statunitense… Israele teme che Trump voglia uscire dal conflitto al più presto, prima che lo smantellamento dei sistemi d’arma iraniani sia concluso, e per questo intensifica gli attacchi…”.

L’urgenza di Trump di finire una guerra che lui stesso ha cominciato, senza valutarne bene impatto e conseguenze, emerge nei titoli del Wall Street Journal e della Fox. Per il quotidiano economico, “Trump dice ai suoi collaboratori di volere accelerare la fine del conflitto… Ma il problema è che non ha opzioni semplici per farlo, mentre la rete di sicurezza energetica mondiale si sta rivelando instabile…”.

La Fox ha una foto di un Trump accigliato, tra il minaccioso e il preoccupato, con sotto la scritta: “Nessuna scelta”, dove non si capisce se la ‘nessuna scelta’ è quella che Trump lascia all’Iran o quella che lui ha. Il titolo principale è: “Trump vuole ‘farla finita’, ma l’orologio dell’ultimatum segna l’avvicinarsi del momento degli attacchi alle infrastrutture energetiche” iraniane, che potrebbero avere un impatto ulteriormente devastante sugli approvvigionamenti internazionali.

La Casa Bianca, nelle sue dichiarazioni, mantiene l’accento sui negoziati, che potrebbero svolgersi nel fine settimana in Pakistan, e sulla minaccia di colpire più forte, se le trattative dovessero saltare o fallire. E, intanto, rafforza il dispositivo militare statunitense nella regione del conflitto, senza escludere operazioni in territorio iraniano.

Tra le richieste degli Usa all’Iran, la rinuncia definitiva ai programmi nucleari e la rimozione dell’uranio arricchito, limitazioni ai missili balistici e stop al sostegno alle milizie sciite nell’area, partendo da Hezbollah.

I contatti tra Washington e Teheran sono finora stati indiretti, mediati da Pakistan, Egitto e Turchia. L’Iran non vorrebbe negoziare coi ‘dioscuri diplomatici’ di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, ma piuttosto con il vice-presidente JD Vance. Il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi mantiene il punto che “finora non ci sono state né sono previste trattative con il nemico”.

Mentre i missili iraniani continuano, sia pure occasionalmente, a ‘forare’ le difese aeree israeliane, sollevando dubbi sulla loro efficacia, la guerra registra pure ‘incidenti di percorso’ letali fra gli Usa e i loro partner regionali. L’Iraq denuncia l’uccisione di sette suoi soldati in una clinica militare che gli americani avrebbero colpito ritenendola la base di una milizia sciita da cui sarebbero partiti attacchi contro loro postazioni.