C’è una traiettoria silenziosa che attraversa il Mediterraneo allargato e che negli ultimi anni ha assunto una forma sempre più concreta: quella dell’asse Roma-Ankara. Non è una relazione episodica, né una semplice convergenza tattica. È, piuttosto, una costruzione progressiva — industriale prima ancora che diplomatica — entrata in una nuova fase. Lo dimostrano i numeri, nel giorno della missione ad Ankara del ministro delle Imprese e del Made In Italy, Adolfo Urso. Portare l’interscambio commerciale a 40 miliardi di euro e gli investimenti reciproci a 25 miliardi entro il 2030 significa fissare un orizzonte strategico, non limitarsi a registrare una tendenza. Ed è proprio questo il punto: Italia e Türkiye non stanno intensificando i rapporti, li stanno strutturando.
La missione ad Ankara del ministro Urso chiude simbolicamente un primo ciclo e ne apre un altro. La nascita della task force congiunta e del Comitato STI3 traduce in operatività ciò che fino a pochi anni fa era solo un allineamento di interessi. Oggi è diventata una vera e propria roadmap.
Ma per capire la profondità di questa relazione bisogna partire da più lontano. Italia e Türkiye condividono da tempo una significativa complementarietà produttiva. Da un lato, un sistema industriale maturo, ad alta intensità manifatturiera e tecnologica; dall’altro una piattaforma produttiva dinamica, competitiva nei costi e sempre più avanzata nelle competenze. Il risultato è una filiera integrata che attraversa settori chiave: elettrodomestico, automotive, difesa, aerospazio.
Non è un caso che molte imprese italiane siano radicate da anni in Türkiye e che, in parallelo, aziende turche investano in Italia nei segmenti più avanzati. È una relazione bidirezionale, e proprio per questo stabile. Non si limita allo scambio di beni, costruisce capacità produttiva condivisa.
Il salto di qualità, oggi, riguarda la natura dei settori coinvolti. Alla manifattura tradizionale si affiancano ambiti ad alta intensità tecnologica: spazio, intelligenza artificiale, materie prime critiche, tecnologie avanzate applicate ai processi industriali. È qui che l’asse Roma-Ankara smette di essere solo economico e diventa geopolitico. Perché in un contesto internazionale segnato da frammentazione e tensioni — dal Golfo all’Ucraina — la costruzione di filiere resilienti e integrate diventa un elemento di stabilità. La cooperazione industriale si trasforma in strumento di politica estera. C’è poi un elemento geografico che rafforza questa dinamica. La Türkiye è, per definizione, un ponte tra Europa e Asia, tra Mediterraneo e Medio Oriente. L’Italia, dal canto suo, è uno dei principali hub manifatturieri del continente europeo. Insieme, possono configurarsi come una piattaforma estesa che connette mercati, tecnologie e catene del valore.
È in questo spazio che si inserisce l’idea, evocata dallo stesso Urso, di un “unico bacino tecnologico, scientifico e industriale”. Una formula che che riflette una trasformazione reale: la progressiva integrazione delle capacità produttive dei due Paesi. Naturalmente, non si tratta di una relazione priva di complessità. Le differenze politiche, le dinamiche regionali e le oscillazioni del contesto internazionale restano fattori da gestire. Ma proprio la continuità del dialogo industriale negli anni — anche nei momenti più delicati — è ciò che rende questa traiettoria significativa. L’asse Roma-Ankara si è rafforzato quando il contesto si faceva più incerto, e di questa spinta si sta nutrendo. Mentre altre relazioni si irrigidiscono o si frammentano, quella tra Italia e Türkiye evolve. Non per affinità politica, ma per convergenza di interessi industriali. Nel Mediterraneo che cambia fa tutta la differenza del mondo.





