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Iran: guerra, tra Trump e Teheran fuoco di sbarramento di minacce

23
Marzo 2026
Di Giampiero Gramaglia

Nel suo week-end in Florida, il presidente Donald Trump ha messo più post sul suo social Truth che palline in buca sui campi di golf, raccontando tutto e il contrario di tutto sull’aggressione all’Iran come sulle vicende interne degli Stati Uniti. S’è definito “contento” della morte di Robert Mueller, il procuratore speciale che aveva indagato sulle ingerenze russe a suo favore nella campagna 2016: “Sono contento che sia morto, Non potrà più fare del male a persone innocenti”, ha scritto.

Mueller, deceduto a 81 anni e affetto da tempo dal morbo di Parkinson, era capo dell’Fbi nel 2001, quando l’America subì l’attacco di al Qaida. Era stato incaricato di indagare sulle ingerenze russe nella campagna 2016: nel 2019, concluse il suo lavoro affermando che la Russia aveva davvero brigato nelle elezioni Usa, con l’obiettivo, centrato, di favorire l’arrivo di Trump alla Casa Bianca.

Sulla guerra in Medio Oriente, Trump, che aveva lasciato Washington venerdì presagendo la fine del conflitto vicina, perché i suoi obiettivi erano strati raggiunti, ha invece minacciato sabato che “se l’Iran non aprirà completamente … lo Stretto di Hormuz entro 48 ore da questo preciso istante”, che scadrebbero nella notte tra oggi e domani, “gli Stati Uniti colpiranno e annienteranno – ‘oblitereranno’ è il termine usato, ndr -le loro centrali elettriche, iniziando dalla più grande!”.

La sortita di Trump ha dato, da una parte, un’ulteriore accelerata ai prezzi dell’energia, già schizzati in alto con la chiusura di fatto del tratto di mare vitale per gli approvvigionamenti di mezzo mondo in petrolio e gas; e ha innescato, dall’altra parte, una risposta –ulteriormente incendiaria- del regime di Teheran, che ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche di Israele e dei Paesi del Golfo.

Quando il conflitto, scatenato il 28 febbraio dall’aggressione congiunta israelo-amerciana, è ormai entrato nella quarta settimana, l’Iran. scrive il Washington Post “non è affatto pronto ad arrendersi, nonostante le pesanti perdite subite”, in termini di vite umane, di installazioni militari e d’infrastrutture energetiche e industriali. Teheran ha pure ammesso che il sito nucleare di Natanz è stato colpito, assicurando che non vi sono state dispersioni di materiale radioattivo.

“La determinazione di Teheran a non capitolare – nota il giornale – riposa sul potere che il regime esercita sullo Stretto di Hormuz”. A questo punto, la libertà di circolazione nello Stretto è divenuta il principale obiettivo per il magnate presidente, che evoca lo spettro di una battaglia navale e anfibia per il controllo del tratto di mare, ora che altri obiettivi, come il rovesciamento del regime, appaiono fuori portata.

“L’Iran vuole stringere un accordo, io no!”, scrive sempre su Truth Trump, mettendo sotto attacco l’analista del New York Times David Sanger: “Non ha spessore ed afferma che io non ho raggiunto i miei obiettivi”, mentre “con settimane di anticipo sulla tabella di marcia, la loro leadership è stata annientata, la loro Marina e la loro aviazione sono fuori combattimento, non hanno assolutamente alcuna difesa”. Ma Axios rilancia che il magnate presidente ha dato istruzioni ai suoi negoziatori, l’inseparabile duo Steve Witkoff e Jared Kushner, di avviare trattative indirette con Teheran, tramite la mediazione di Egitto, Oman e Qatar.

Il che non impedisce agli Usa di destinare all’area delle operazioni circa 2.500 marines e altre tre unità da guerra, che vanno ad aggiungersi ai 50 mila uomini già schierati. E mentre i raid aerei e missilistici israelo-americani continuano, l’Iran minaccia di colpire, oltre che obiettivi militari ed economici, finanziari ed energetici, anche interessi turistici in tutta la Regione.

La chiusura dello Stretto è condannata da un numero di Paesi sempre più alto: sono 22 finora, non disposti, però, a essere coinvolti in un conflitto armato, nonostante gli inviti di Trump a costituire una grande ‘armada’.

L’Iran conserva la capacità di ostacolare la navigazione con mine e droni e di colpire nella Regione – domenica, un missile iraniano ha fatto centinaia di feriti in Israele – e ben oltre, come dimostra l’azione contro la base anglo-americana di Dego Garcia nell’Oceano Indiano, situata a una distanza – 4.000 km circa – che finora appariva fuori della portata dei missili iraniani.  La Gran Bretagna depreca “l’incosciente attacco”, senza successo, ma di per sé inquietante.

Le Monde attira anche l’attenzione sul costo “insostenibile” della “guerra delle munizioni”: se ne consumano più di quante se ne riescano a produrre, il che forse spiega perché l’Iran, nonostante le sue capacità di lancio siano state debilitate, riesce a forare le difese israeliane e dei Paesi del Golfo, anche con effetti collaterali indesiderati, come l’uccisione, in CisGiordania, di quattro donne palestinesi vittime di un missile iraniano che ha colpito il salone da bellezza dove si trovavano. Secondo fonti palestinesi, il missile iraniano era stato deviato dalla contraerea israeliana.

Quanto a Israele, la sua guerra parallela al Libano va avanti nei cieli e in terra e i suoi sviluppi potrebbero essere indipendenti dalla fine o meno del conflitto con l’Iran.