Ambiente

Riciclo degli imballaggi, CONAI: «Le importazioni dal Far East minacciano il settore»

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Marzo 2026
Di Redazione

Il tasso di riciclo degli imballaggi in Italia dovrebbe attestarsi attorno al 75% nel 2026, per un volume di quasi 11 milioni di tonnellate. Una lieve flessione rispetto al 76,7% registrato nel 2024, in un anno che si annuncia complicato per il settore. Sono le prime stime elaborate da CONAI in occasione della Giornata mondiale del riciclo, appena passata.

«Stime che quest’anno obbligano a una grande prudenza» avverte il presidente di CONAI Ignazio Capuano, citando fattori di contesto, dinamiche statistiche e pressioni di mercato che stanno colpendo le singole filiere. Il paradosso è che la raccolta differenziata continua a crescere — e nel 2026 supererà abbondantemente i 14 milioni di tonnellate di immesso al consumo — ma questo non si traduce automaticamente in riciclo effettivo.

Il problema è a valle. Per la carta pesa la contrazione della domanda interna, mentre cresce l’export. Nelle plastiche la situazione è più critica: i quantitativi di rifiuti selezionati ma non ritirati dal mercato sono in aumento, e questo rischia di alterare la contabilizzazione dei flussi reali. «Mancano gli sbocchi per la materia riciclata e riciclare costa di più» spiega Capuano. A complicare il quadro, i costi energetici: l’Italia sconta in questo momento le tariffe più alte d’Europa, in un settore che di energia ne consuma molta.

Sullo sfondo c’è una questione più strutturale, che il presidente di CONAI indica come la vera emergenza: la concorrenza sleale delle importazioni extraeuropee. «Importiamo a costi inferiori sempre più manufatti già realizzati da Paesi extra-europei» dice Capuano. «I viaggi dal Far East non sono ambientalmente neutri. Non possiamo permetterci di vanificare i benefici del riciclo con importazioni che sono ambientalmente costose e che minacciano un settore strategico per le manifatture europee».

In questo scenario, il sistema CONAI torna a svolgere la sua funzione di ammortizzatore: si stima che nel 2026 i Comuni gli affideranno oltre 5,5 milioni di tonnellate di imballaggi a fine vita, contro i 4,74 milioni del 2024. Una crescita che riflette il ritiro del mercato privato quando il riciclo smette di essere redditizio.

La risposta, per Capuano, deve venire dalla politica industriale: «Servono regole più chiare per rendere più solide la pianificazione industriale e la fiducia delle imprese, e occorre rendere la finanza più semplice e accessibile per le piccole e medie imprese». Il segnale che arriva dal tessuto produttivo italiano è intanto già preoccupante: molte aziende hanno cominciato a investire meno in ecodesign e sostenibilità, frenate dall’incertezza sul nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e dalle tensioni geopolitiche globali.