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Iran: la crisi energetica, le paure sul gas. Incognita su prezzi e scorte
19
Marzo
2026
Di Giampiero Gramaglia
| L’escalation energetica dell’aggressione israelo-americana all’Iran è il tema dominante, oggi, degli sviluppi del conflitto, dopo che ieri Israele ha attaccato il giacimento di gas iraniano di South Pars, condiviso col Qatar, e l’Iran ha risposto attaccando Ras Laffam, il sito dove il Qatar ha i suoi impianti estrattivi. Il presidente Usa Donald Trump nega di avere autorizzato l’attacco israeliano e anche d’esserne stato informato, ma fonti israeliane sostengono che ne era stato informato e che l’aveva avallato. Ora Trump spiazza, con la sua reazione, i media Usa: per la Cnn, minaccia di distruggere i siti energetici iraniani, se gli attacchi al Qatar continuano; Axios, invece, scrive che ha detto a Israele di non attaccare più i giacimenti di gas iraniani. Per l’Ap, gli Stati Uniti erano stati informati delle intenzioni israeliane e non hanno partecipato all’attacco su South Pars. Fra gli esperti, il dibattito è sulle conseguenze di quanto già avvenuto: c’è chi parla d’ingenti danni alle installazioni energetiche sia in Iran che in Qatar; e c’è chi preconizza una prolungata carenza globale di gas, che potrebbe protrarsi per mesi o addirittura per anni, con un impatto ancora imprevedibile sugli apporovvigionamenti e sui costi energetici. Per tamponare la crisi e calmierare i prezzi, Trump, che aveva già allentato le sanzioni sul petrolio della Russia, ha ieri allentato pure quelle sul petrolio del Venezuela. Anche diversi altri aspetti della guerra all’Iran trovano spazio sui principali media Usa: si va dall’audizione in Congresso della direttrice della Nsa, National Secutiry Agency, Tulsi Gabbard, secondo cui il regime iraniano, pur decapitato, “è degradato, ma ancora intatto”, ai timori per la sicurezza di figure di punta dell’Amministrazione Trump 2, dopo l’individuazione di droni sopra la base militare nei pressi di Washington dove vivono il segretario di Stato Marco Rubio e quello alla Guerra Pete Hegseth – quest’ultima notizia è un’esclusiva del Washington Post -. Rispondendo alle domande del Congresso, Gabbard, personaggio molto controverso, una ex deputata democratica divenuta trumpiana, ha interamente lasciato al presidente la valutazione se l’Iran ponesse o meno “una minaccia immediata” per gli Stati Uniti. Questo punto è all’origine delle dimissioni d’un collaboratore di Gabbard, Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, secondo cui il regime di Teheran non pesentava “una minaccia immediata” per gli Stati Uniti. Ieri, Israele ha annunciato di avere eliminato un altro esponente di spicco iraniano, Esmail Khatib, ministro dell’Intelligence. Secondo la Fox, la nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khameney “non è funzionale”, cioè non è in grado di svolgere il proprio ruolo e non controlla il regime. Per quanto riguarda l’allarme drone sulla base militare dove vivono Rubio ed Hegseth, esso coincide, e forse ne è concausa, con un allarme globale anti-terrorismo diramato a tutte le rappresentanze diplomatiche e basi militari degli Stati Uniti nel Mondo. Poi c’è la richiesta del Pentagono al Congresso di fondi extra per 200 miliardi di dollari per finanziare il conflitto, che, nei primi giorni, si stima sia costato circa due miliardi al giorno. La richiesta comporta, dunque, una previsione di guerra di cento giorni, mentre Trump ha finora parlato sempre di quattro/cinque settimane. In tutto questo, passa quasi inosservata, almeno nei titoli di testa americani, la decisione di ieri della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, di non toccare il costo del denaro, per le incertezze della guerra e, soprattutto, i timori di un rialzo dell’inflazione per l’impennata dei costi dell’energia. Il presidente della Fed Jerome Powell, la cui fine mandato si avvicina, ha detto che resterà al suo posto fin quando il suo successore non sarà stato nominato e fin quando l’inchiesta aperta dal Dipartimeno della Giustizia non sarà conclusa. |





