La risposta ‘picche’ degli europei al presidente Usa Donald Trump, che chiede loro aiuto militare per riaprire alla circolazione lo stretto di Hormuz, è probabilmente più netta sui media americani, questa mattina, che nella realtà, perché tutti noi sappiamo i tentennamenti e i ripensamenti di cui l’Ue, i cui leader si riuniscono giovedì e venerdì a Bruxelles, è capace.
Il titolo del New York Times è molto netto: “’Questa non è la nostra guerra’: Ue e Gran Bretagna respingono la domanda di Trump. Alcuni Paesi europei dicono di stare valutando come riaprire lo Stretto di Hormuz, ma molti dicono di no alla richiesta di mandare navi da guerra”.
Nel titolo di spalla, il giornale si chiede quale sia e quante siano le posizioni di Trump sull’Iran, che “cambiano di frase in frase”. “Il presidente non è estraneo a prendere posizioni l’una con l’altra contraddittorie, il che è parte di quello che i suoi collaboratori chiamano il suo stile negoziale . Ma sull’Iran le sue posizioni di volta in volta mutevoli contrastano con l’andamento e con l’impatto della guerra”.Più forte di quello del NYT il titolo di Politico: “’Non ricattarci’, l’Europa respinge la richiesta di Trump di aiutarlo a sistemare il disastro che lui ha combinagto nello stretto di Hormuz”. Nell’edizione europea del sito Usa, il titolo suona così: “L’Europa a Trump, ‘sono fatti tuoi’”.
Per illustrare la situazione, Euronews usa le parole della ‘ministra degli Esteri’ dell’Ue Kaja Kallas: “Questa non è la guerra dell’Ue… La missione Aspides, che opera nel Mar Rosso, non sarà per ora estesa allo stretto di Hormuz, non c’è desiderio di spostare le navi europee nel mare arabico”.
Fronte Nato, l’Alleanza atlantica, sollecitata da Trump a intervenire e minacciata di conseguenze se non lo farà, fa notare di non avere ruolo per entrare nel conflitto, sia perché l’area di guerra è fuori della sua area d’azione sia perché è per natura un’alleanza difensiva e questa è invece una guerra d’aggressione.Per la Cnn, che segnala “le vulnerabilità politiche” del magnate presidente insite nell’attacco all’Iran, “gli alleati europei oppongono resistenza alla richiesta d’aiuto nello Stretto di Hormuz”, proprio mentre gli interessi americani nell’area del conflitto con l’Iran appaiono vulnerabili: l’ambasciata degli Usa a Baghdad è stata colpita per la seconda volta e Teheran ha da ieri iniziato a prendere di mira i campi di petrolio della Regione. Axios constata che “Trump fatica a mettere insieme una coalizione per riaprire lo stretto di Hormuz”.
La Fox mette l’accento sull’impatto sulla Regione delle risposte iraniane con droni agli attacchi aerei e missilistici israelo-americani e parla di un vero e proprio “collasso regionale”: Teheran e i suoi alleati – le milizie sciite – lanciano attacchi colpendo hotel e creando disagi nei voli, migliaia dei quali sono stati cancellati dall’inizio dell’aggressione il 28 febbraio e che non tornano ancora alla normalità. Con le sue risposte, l’Iran incrina l’immagine di affidabilità dei Paesi del Golfo come produttori petroliferi, hub finanziari e nuovi poli d’attrazione turistica.
Secondo Stefano Feltri nei suoi Appunti, “il tempo è alleato dell’Iran: Trump non riesce a costruire la coalizione per liberare lo stretto di Hormuz”, perché i leader europei e quelli iraniani hanno interesse a vederlo fallire”. Un altro sintomo delle difficoltà di Trump è pure la richiesta di rinviare il vertice con il presidente cinese Xi Jinping, previsto a fine mese.
Washington Post e Wall Street Journal puntano, invece, sul consolidamento del regime di Teheran, che lungi dal collassare, sta rafforzando la presa sul Paese: “L’intelligence Usa – titola il WP – dice che il regime, pur indebolito dagli attacchi aerei, e anzi forse proprio per questo, sta irrigidendo la propria linea, con l’appoggio delle forze di sicurezza e delle Guardie della Rivoluzione”. Il WSJ si concentra sui sussulti della repressione in atto a Teheran e in tutto il Paese, con ondate di arresti basati su accuse di connivenza con il nemico e ‘tolleranza zero’ verso gli oppositori interni.
Intanto, si aggrava il bilancio delle perdite statunitensi in questo conflitto: il numero dei militari feriti ha superato i 200 in sette Paesi, mentre il numero dei morti è fermo a 13.
In questo quadro, colpisce, ma non stupisce, che Trump stia pensando d’aprire nuovi fronti e crearsi nuovi nemici.Secondo i media, l’Amministrazione Usa ha fatto sapere a Cuba di pretendere l’uscita di scena dell’attuale presidente Miguel Diaz-Canel, se l’Avana vuole progressi nelle trattative per la normalizzazione delle relazioni. Ciò avviene mentre l’isola caraibica subisce drammatici blackout a causa della crisi energetica aggravata dal ridotto apporto petrolifero venezuelano.
Rispondendo a domande di giornalisti, Trump ha ieri detto di ritenere che sarà lui “ad avere l’onore di rovesciare il regime di Cuba”. “Con la diplomazia o con la forza?”, gli è stato chiesto. “Posso farlo come voglio”, è stata la risposta.





