Economia
Export 2026: le nuove sfide del Made in Italy (e qualche consiglio non richiesto)
Di Paolo Bozzacchi
Il settore dei settori. Senza dubbio il più strategico di tutti. Il nostro export vale il 40% del Pil dell’Italia. Nel 2025 dopo un biennio di consolidamento è tornato a correre, sfiorando quota 650 miliardi di euro (643). La crescita dell’export (+3,3%) è quasi cinque volte quella del Pil (0,7%). I dati Sace sottolineano come quasi un’impresa su due (45%) che vende all’estero lo fa con un’unica destinazione. Il che significa che con un migliore accompagnamento pubblico le potenzialità dell’export sono ancora ampissime. I Paesi di destinazione 2025 più importanti secondo Sace sono i magnifici 17 (numero che all’estero porta fortuna): Stati Uniti, Cina, India, Arabia Saudita, Messico, Brasile, Turchia, Egitto, Marocco, Corea del Sud, Emirati Arabi Uniti, Singapore, Vietnam, Filippine, Malesia, Thailandia, Kazakistan.
Dove sono cresciute le vendite all’estero 2025
La spinta per l’Italia è arrivata soprattutto dall’Europa (+4,2%), ma anche l’extra-UE è cresciuto (+2,4%). A dimostrazione che nell’anno dei dazi l’Italia non ha vinto perché ha evitato gli urti, ma perché li ha assorbiti dimostrando flessibilità di visione strategica imprenditoriale.
Il Pharma regna
Il 2025 è stato nettamente l’anno della farmaceutica italiana all’estero. Secondo ICE da sola è valsa 2,5 punti dei 3,3 complessivi di crescita dell’export: stiamo parlando di oltre il 75% del totale. Le vendite all’estero del farmaceutico prodotto in Italia sono cresciute del 28,5%. A livello di settori seguono a grande distanza gli aumenti dei settori metalli e prodotti in metallo a quota +9,8%. Chiude il podio 2025 l’agroalimentare che ha chiuso a 72,4 miliardi (+4,9%): record storico di settore. Tra gli altri grandi settori italiani la meccanica non vola ma si mantiene attorno quota 100 miliardi di euro, mentre cala leggermente il tessile-abbigliamento-calzature (-1,9%) che comunque si mantiene oltre quota 60 miliardi (60,8). Frena molto l’energia (-9,7%), a causa di due fattori: normalizzazione prezzi e volatilità alta.
Le nuove direttrici
Anzitutto le conferme. Gli USA crescono ancora (+7,2%) e restano fondamentali, nonostante i dazi. E soprattutto in Europa torna positiva la Germania (+2,3%): un segnale importante per tutta la subfornitura industriale italiana. Tra i grandi Paesi di destinazione lontani, forte accelerazione per l’India (+9,4%), mentre arretra decisamente la Cina (-6,6%).
Le strategie: la case history del vino
Le scelte del settore vinicolo sono paradigmatiche del momento che sta vivendo l’export. I produttori italiani hanno compreso nel 2025 che a livello di prodotto la fascia premium tende ad assorbire meglio gli shock di prezzo, mentre quella media è più sensibile e quindi spinge le cantine e i distributori a ricalibrare assortimenti e contratti. Una micro-storia che racconta una macro-dinamica. Più trasversalmente ai settori si viaggia per crescere in UE e al tempo stesso si diversifica nell’area extra-UE. Le due direttrici contemporanee hanno dimostrato nel 2025 di poter coesistere. Questa strategia protegge volumi e margini: si tiene saldo il mercato vicino e regolato, mentre si finanzia l’esplorazione su India, Medio Oriente, ASEAN e America Latina.
Come è andata l’Italia rispetto ai competitor europei
Il Bel Paese è campione di dinamismo. I 643 miliardi di euro dell’export e la sua crescita del 3,3% danno indicazioni interessanti rispetto a volumi e tendenze dei competitor europei. Le vendite all’estero della Germania continuano a doppiare quelle italiane per volumi (1562 miliardi), ma nel 2025 sono cresciute solo dello 0,9%. La Francia insegue l’Italia sia per volumi che per crescita: 614 miliardi e +2,5%. La Spagna è ancora molto indietro: 387 miliardi e +0,7%.
Niente paura e continuare ad essere se stesse
Se la stagione dei dazi e dei blocchi pare destinata a continuare anche in questo 2026 (la chiusura dello Stretto di Hormuz insegna), le imprese italiane votate all’export dovrebbero continuare a fare ciò che sanno fare bene: innovare, specializzarsi, salire di gamma, aprire nuovi mercati. Il nuovo ingrediente 2026 dell’export made in Italy sono le politiche-Paese più nette su logistica, energia e diplomazia economica e tutela dei brand. Perché la resilienza, alla fine, non è una virtù morale, ma una strategia industriale.





