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I dazi di Trump: la tassa invisibile che pagano gli americani

10
Febbraio 2026
Di Paolo Bozzacchi

Trump impone i dazi a molti Paesi “in the US name”, ma a pagare il conto sono le imprese e i cittadini degli Stati Uniti. Le tariffe commerciali come strumento di forza, arma negoziale capace di far “pagare agli altri” il prezzo della competizione globale fanno parte di una narrazione molto diversa dalla realtà. Se Trump ha ottenuto il secondo mandato nonostante i prezzi delle uova e della benzina alle stelle, gli studi economici più solidi mostrano che i dazi introdotti dalle elezioni dello scorso anno non hanno colpito Pechino, Bruxelles o Città del Messico, bensì imprese e famiglie americane. Il punto di partenza è empirico. Un’analisi del Kiel Institute for the World Economy ha stimato che circa il 96% dell’onere dei dazi USA è ricaduto sugli importatori e sui consumatori statunitensi, mentre solo una quota marginale è stata assorbita dagli esportatori esteri. In altri termini, i dazi hanno funzionato come una tassa indiretta interna: prezzi più alti sugli scaffali e costi crescenti per le imprese che utilizzano input importati.

Dazi a mazzi, ma per gli Americani
La dinamica è ben nota agli economisti. Quando un dazio viene applicato, l’importatore statunitense paga immediatamente la tariffa alla dogana. A quel punto ha due opzioni: comprimere i margini o trasferire il costo a valle. La letteratura dimostra che, nella maggior parte dei casi, prevale la seconda. Uno studio della Harvard Business School ha rilevato aumenti dei prezzi dei beni colpiti dai dazi fino al 6,6%, con effetti di trascinamento anche sui beni domestici concorrenti, saliti in media di quasi il 4%. Il risultato macroeconomico è tutt’altro che neutro. Secondo le stime del Yale Budget Lab, l’insieme delle tariffe introdotte e minacciate da Trump ha comportato una perdita di potere d’acquisto per le famiglie americane pari a diverse migliaia di dollari l’anno (3800 per la precisione), con un effetto regressivo che colpisce maggiormente i redditi medio-bassi. Altro che protezione del “working class voter”.

Tassa occulta per le imprese
Sul fronte delle imprese, il quadro non migliora. Il Penn Wharton Budget Model ha simulato gli effetti di lungo periodo delle politiche tariffarie, stimando una riduzione permanente del PIL e dei salari reali, oltre a un calo degli investimenti. Le aziende manifatturiere integrate nelle catene globali del valore — cuore stesso della competitività americana — risultano tra le più penalizzate. C’è poi un aspetto spesso sottovalutato: l’incertezza. I dazi non sono solo un costo, ma anche un segnale. Secondo analisi citate da JPMorgan Chase Institute, l’instabilità della politica commerciale ha spinto molte imprese a rinviare investimenti, riorganizzare in modo inefficiente le supply chain o scaricare i costi sui consumatori finali. Il paradosso è evidente. Nel tentativo di “difendere l’America”, la politica dei dazi ha finito per colpire proprio ciò che diceva di voler proteggere: redditi, competitività, potere d’acquisto. Non è una questione ideologica, ma aritmetica economica. I dazi non li pagano i Paesi stranieri: li pagano i cittadini del Paese che li impone.

Il punto politico
In vista delle elezioni di Midterm, forse vale la pena tornare nei supermercati e dare un’occhiata ai prezzi. Se sulle uova Trump ha fatto un ottimo lavoro con i prezzi scesi del 30% dal picco della primavera del 2025, da inizio dello scorso anno il succo d’arancia è aumentato del 28% e la carne di manzo ha fatto registrare +15%. Non solo. I costi dell’elettricità sono rimasti molto elevati, legati in parte ai prezzi del gas naturale, ma anche (ne va dato atto) alla crescente domanda industriale. Sta di fatto che nei days after il Superbowl, continuare a presentare i dazi come una soluzione indolore equivale a vendere un’illusione costosa. I numeri, questa volta, parlano con chiarezza. E non assolvono.