Esteri
Board of Peace per Gaza: il progetto Trump come alternativa all’ONU
Di Paolo Bozzacchi
Il Board of Peace per Gaza è molto più che uno strumento operativo per gestire le fasi dal cessate il fuoco alla ricostruzione. Sta prendendo forma un esperimento politico-diplomatico del capitalismo clientelare by Trump su larga scala. In grado di mettere in discussione il modello multilaterale classico incarnato dalle Nazioni Unite.
Formalmente il Board è un organismo temporaneo, collegato a un mandato internazionale e affiancato da un comitato tecnico palestinese (15 persone) incaricato della gestione quotidiana. Nella sostanza, però, la sua architettura rompe con la tradizione ONU. Non è composto solo da rappresentanti statali, ma da una combinazione di figure politiche e diplomatiche, ma altrettanto finanziarie e imprenditoriali. Persone selezionate più per peso politico ed economico che per rappresentanza formale.
Tra i partecipanti annunciati o indicati nelle bozze circolate figurano: Donald Trump (Stati Uniti), in qualità di chairman; Steve Witkoff (USA), inviato speciale; Jared Kushner (USA), ex consigliere presidenziale; Marco Rubio (USA), senatore; Tony Blair (Regno Unito), ex primo ministro; Ajay Banga (USA/India), presidente della Banca Mondiale; Marc Rowan (USA), amministratore delegato di Apollo Global Management; Nickolay Mladenov (Bulgaria), ex inviato ONU per il Medio Oriente; Sigrid Kaag (Paesi Bassi), alta funzionaria ONU; Hakan Fidan (Turchia), ministro degli Esteri; Reem Al-Hashimy (Emirati Arabi Uniti), ministra per la Cooperazione internazionale; Ali Al-Thawadi (Qatar), dirigente del settore energetico; Hassan Rashad (Egitto), alto funzionario della sicurezza; Yakir Gabay (Israele), imprenditore. Un elenco eterogeneo che conferma la natura ibrida del Board. E l’Italia? La Premier Meloni ha annunciato che l’Italia è stata invitata a farne parte, precisando che «può giocare un ruolo di primo piano».
Il vero elemento di discontinuità è il funzionamento dell’organismo. Il Board introduce un modello esplicito di pay to join. Gli Stati possono aderire con una partecipazione temporanea senza contributi obbligatori, oppure ottenere un seggio permanente versando un contributo di almeno un miliardo di dollari, formalmente destinato alla ricostruzione di Gaza e al finanziamento operativo del Board. La stabilità della rappresentanza non dipende quindi solo dalla sovranità statale, ma dalla capacità di sostenere economicamente il progetto.
Questo schema di capitalismo clientelare trumpiano su vasta scala segna una distanza netta dall’impianto ONU, fondato sull’uguaglianza giuridica degli Stati membri. Nel Board, il contributo finanziario diventa criterio di accesso e di influenza. Per i sostenitori, è una scelta pragmatica: meno veti, più rapidità decisionale, responsabilizzazione di chi investe risorse. Per i critici è la codificazione di un multilateralismo selettivo, dominato dai Paesi più ricchi e guidato politicamente dagli Stati Uniti.
È in questo senso che il Board of Peace viene descritto come l’embrione di una possibile “ONU alternativa”. Non un’organizzazione universale, ma un modello replicabile: coalizioni ristrette, leadership forte, finanziamento diretto, obiettivi operativi. Un multilateralismo per progetti che rischia di erodere ancora di più il già compromesso ruolo delle istituzioni internazionali tradizionali.
La questione resta aperta: l’efficacia può sostituire la legittimità? Trump se lo augura. E noi?





