Esteri
Venezuela: Maduro e moglie si dicono innocenti; Trump promuove Rodriguez, boccia Machado
Di Giampiero Gramaglia
Il presidente venezuelano Nicolas Maduro e sua moglie Cilia Flores sono brevemente comparsi, ieri, di fronte a un tribunale di New York e si sono entrambi dichiarati innocenti delle accuse loro contestate, fra cui terrorismo e narcotraffico. La notizia è in evidenza su tutti i media Usa stamane, insieme ad analisi e approfondimenti dell’impatto e dei potenziali sviluppi dell’operazione ordinata dal presidente Usa Donald Trump nella notte tra il 2 e il 3 gennaio.
Trump stesso, in un’intervista alla Nbc, fornisce nuovi elementi d’informazione e di analisi: dice che gli Stati Uniti non sono in guerra con il Venezuela e che la presidente ad interim Delcy Rodriguez ha un buon rapporto con il segretario di Stato Usa Marco Rubio e si mostra collaborativa; esclude elezioni in Venezuela nel giro di 30 giorni – “Ci vorrà del tempo”, dice, gelando di nuovo le attese di cambio di regime dell’opposizione venezuelana -; si mostra disponibile a sovvenzionare le ‘big’ del petrolio perché operino in Venezuela; e, infine, smentisce le indiscrezioni del Washington Post secondo cui lui avrebbe ‘scaricato’ la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado perché ha accettato il Nobel per la Pace cui lui ambiva. “Non avrebbe dovuto vincerlo – dice -. Ma questo non ha nulla a che vedere con la mia decisione”.
Il racconto dell’udienza di Maduro e Flores, in un’aula di giustizia a Manhattan, sta in poche battute: i due hanno denunciato d’essere stati “rapiti”; il giudice ha bloccato Maduro che voleva rilasciare una dichiarazione perché non era quella la sede per farla; la difesa non ha chiesto la messa in libertà su cauzione; e la prossima udienza è stata fissata al 17 marzo.
Diversi media osservano che le accuse a Maduro e moglie possono apparire pretestuose, visto che dal Venezuela transita o proviene solo un decimo circa della droga consumata negli Stati Uniti, mentre il vero motivo dell’operazione ordinata da Trump è il petrolio. Per alcuni media, il ‘blitz’ è stato uno smacco per la Cina, che – con l’Iran – è il maggior acquirente del petrolio venezuelano, e per Cuba, che assicurava la sicurezza di Maduro e moglie – oltre 30 gli agenti cubani uccisi -. Ma questa lettura è parallela a quella del New York Times, secondo cui l’incursione di Trump rafforza le ambizioni aggressive di Cina e Russia perché offre loro giustificazioni per esercitare la forza nelle loro sfere di influenza (Pechino verso Taiwan e Mosca verso l’Ucraina).
Sempre il NYT, dà rilievo al fatto che, durante una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’iniziativa statunitense, che il segretario generale Antonio Guterres bolla come “illegale” dal punto di vista del diritto internazionale, è stata criticata anche da alleati degli Usa, in particolare dalla Francia.
Il Wall Street Journal sintetizza così l’approccio di Trump all’America latina: “Fare la voce grossa e menare un grosso bastone”. Quanto avvenuto a Caracas e le minacce profferite verso altri Paesi, come Colombia, Cuba, Messico, segnalano “il ritorno dell’America a un’era d’interventi militari”, cioè l’esatto contrario di quello che Trump aveva prospettato in campagna elettorale. Per il NYT, che parla della “Donroe doctrine”, cioè di una attualizzazione della “Monroe doctrine” di due secoli or sono, questa “revisione dell’uso del potere da parte degli Usa” avrà “implicazioni globali”.





