Esteri

Venezuela: Usa attaccano e catturano il presidente Maduro e la moglie

03
Gennaio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Dopo la Nigeria, il Venezuela. Ma questa volta l’attacco, ordinato dal presidente Usa Donald Trump al di fuori di ogni legalità internazionale, non è del tipo ‘un colpo e basta’: nella notte tra venerdì e sabato, poco dopo le 02.00 del mattino ora locale, le 07.00 in Italia, gli Stati Uniti hanno colpito Caracas e hanno catturato il presidente Nicolas Maduro e la moglie Cilia Flores, che sono stati “portati fuori dal Paese”. E’ stato lo stesso Trump a dare la notizia con un post sul suo social Truth, dopo che da Caracas erano giunte notizie frammentarie di sorvoli aerei e ripetute esplosioni. Secondo il New York Times, ci sono stati morti e feriti fra i civili: l’informazione è stata successivamente confermata da fonti ufficiali.

La segretaria alla Giustizia Usa Pam Bondi ha detto che Maduro e sua moglie dovranno rispondere di accuse criminali, dopo essere comparsi davanti a un tribunale a New York ed essere stati rinviati a giudizio. Trump ha informato il Congresso a cose fatte e rischia ora – osservano i media Usa – contraccolpi fra deputati e senatori e nella sua base Maga, in genere poco incline ad azioni militari fuori dagli Stati Uniti, quando gli interessi americvani non sono direttamente in gioco.

L’attacco al Venezuela segna il culmine di mesi di tensioni centrate sulla difesa della democrazia – Maduro è figura autoritaria, le cui ultime due elezioni sono state ampiamente contestate -, ma soprattutto sul petrolio e sul narcotraffico. Per il petrolio, Trump ha ordinato il mese scorso sequestri ‘manu militari’, in acque internazionali, di petroliere che portavano petrolio venezuelano, violando le sanzioni imposte dagli Stati Uniti al regime venezuelano. E, per il narcotraffico, Trump ha disposto decine di affondamenti – 35 in tutto, secondo i dati dell’Ap – nei Caraibi e nel Pacifico, di imbarcazioni di sedicenti trafficanti, facendo oltre cento vittime – 115 il numero ufficialmente confermato dal Pentagono -. Tutte iniziative che appaiono più atti di pirateria che legittime misure per tutelare la sicurezza internazionale.

Non solo Mosca, Pechino e l’Avana, che sono sponsor del Venezuela di Maduro, politicamente ed economicamente, ma anche chi non fa sconti al regime del successore di Hugo Chavez esprime riserve e preoccupazioni per i presupposti e le implicazioni di questa vicenda e per la deriva che essa potrebbe prendere.

Sulla situazione all’interno del Venezuela, c’è al momento incertezza: si ignora chi sia al potere – ammesso che vi sia qualcuno in grado di esercitarlo – e quali passi saranno intrapresi. La Colombia, il cui presidente Gustavo Pedro ha assunto posizioni polemiche verso Trump, ha chiuso le frontiere con il Paese confinante.

In una nota precedente alla notizia della cattura del presidente Maduro e di sua moglie, il governo di Caracas, oltre a denunciare la “gravissima aggressione militare” degli Usa, aveva scritto che Maduro aveva dichiarato lo stato di emergenza e chiesto la “mobilitazione” della popolazione dopo l’attacco.

Per il governo, “Il palazzo presidenziale di Miraflores, Fuerte Tijuna, il ministero della Difesa, l’aeroporto della Carlota e il porto della Guaira” erano “sotto le bombe”. Il presidente colombiano Petro ha scritto su X che, oltre a obiettivi militari e logistici, ne sono stati colpiti anche di altamente simbolici, come la sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, con il mausoleo di Hugo Chávez.

In un’intervista alla tv di Stato diramata il 1° gennaio, Maduro si diceva pronto a negoziare un’intesa sul traffico di droga con gli Usa, senza evocare un’incursione americana neim giorni precedenti contro installazioni portuali venezuelane che sarebbero state utilizzate per tale traffico. Maduro era stato buon profeta nel sostenere che Washington voleva provocare un cambio di regime a Caracas, per ottenere un vasto accesso alle riserve petrolifere del Venezuela. A ciò era mirata una campagna di pressioni iniziata l’agosto scorso con un massiccio schieramento militare nei Caraibi.

Trump stesso aveva a più riprese minacciato interventi militari e aveva persino intimato la chiusura dello spazio aereo venezuelano a tutte le compagnie aeree con un suo post, quasi che il suo social Truth fosse una sorta di ‘gazzetta ufficiale internazionale’.

Come gli altri capi di Stato e/o di governo europei, la premier italiana Giorgia Meloni si tiene costantemente informata, in contatto con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, e l’unità di crisi della Farnesina segue, in particolare, le sorti della comunità italiana. L’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito ha invitato gli italiani in Venezuela “a non uscire di casa e ad evitare gli spostamenti”. La situazione, ha detto, “è incerta”, sottolineando che “la priorità in questo momento è l’incolumità” degli italiani nel Paese.

In Venezuela ci sono circa 160 mila residenti con nazionalità italiana, la stragrande maggioranza con doppia nazionalità, oltre ad alcuni espatriati per ragioni di lavoro e turismo. Una dozzina d’italiani sono detenuti nelle carceri venezuelane, fra cui il cooperante Alberto Trentini la cui prigionia dura da oltre un anno senza che ne siano mai state chiarite le ragioni.

Tra giovedì e venerdì, i media Usa avevano rivelato che il numero dei cittadini statunitensi detenuti in Venezuela era andato aumentando in coincidenza con l’aggravarsi delle tensnioni tra Caracas e Washington, quasi che Maduro intendesse avvalersene come ‘scudi’.

Con una dichiarazione che rasenta la vergogna, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha detto che l’Ue è “al fianco del popolo venezuelano e sostiene una transizione pacifica e democratica”, come se quella in corso ne avesse i connotati. “Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite”, ha contraddittoriamente aggiunto UvdL.