Economia

Il Made in Italy entra nella fase due dell’IA. Ma la vera sfida ora sono le competenze

19
Dicembre 2025
Di Paolo Bozzacchi

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

In principio è stato amore a prima vista. Le imprese italiane hanno capito subito che l’Intelligenza Artificiale avrebbe rapidamente riscritto le regole dell’organizzazione e della produttività aziendale e che rappresenta un’opportunità straordinaria. Ora per il Made in Italy è arrivato il tempo della fase due: mettere a terra i processi interni per gestirne l’impatto diretto.

Questa la fotografia scattata da Confindustria con l’Indagine 2025 sul lavoro. «Quasi un’azienda su due in Italia è già coinvolta in un percorso di trasformazione tecnologica che interessa soprattutto le grandi aziende e il settore servizi» si legge nel rapporto. L’11,5% delle imprese in Italia utilizza o sta testando soluzioni basate su algoritmi avanzati, mentre il 37,6% ne sta valutando l’introduzione. Le applicazioni più diffuse riguardano: marketing, analisi dei dati, automazione, assistenza ai clienti, ricerca e sviluppo. Ambiti nei quali l’IA sta ridefinendo l’organizzazione del lavoro, le metodologie operative e le strategie aziendali. Il bisogno di un’accelerazione sulla fase due emerge però dal dato secondo cui meno di un’impresa su due che ha adottato l’IA (43,7%) ha messo mano ai processi interni per gestire l’impatto sulle risorse umane, con percorsi di formazione interna, consulenze specializzate o assunzione di nuovi profili tecnici.

Restiamo indietro proprio nell’aggiornamento delle competenze e nei piani di formazione. E lo dimostra il fatto che la mancanza di competenze interne risulti la prima criticità (36,7%), seguita dalla complessità dell’integrazione nei processi esistenti e dai costi, ad oggi elevati. Oltre due imprese su tre (67,8%) ammettono difficoltà di reperimento dei profili adeguati. Spiega il Prof. Pierangelo Albini, Direttore Lavoro Welfare e Capitale Umano di Confindustria: «La riflessione sugli effetti dell’intelligenza artificiale sull’occupazione è articolata. Ritengo che l’IA, almeno nel medio periodo, non produrrà un impatto negativo sulla quantità di occupati. Aiuterà anche la dinamica demografica che mitigherà gli squilibri. Il lavoro, come ricorda la nostra Costituzione, resta l’espressione più alta della creatività umana e della partecipazione civica: è attraverso il contributo alla comunità che ciascuno trova riconoscimento. Questo principio, profondamente radicato nel DNA dell’Italia e dell’Europa, deve guidarci anche nell’era dell’IA. Resta centrale, poi, il tema delle competenze per andare incontro a un futuro sempre più tecnologico. Abbiamo impiegato anni per valorizzare gli Its e per affermare percorsi professionalizzanti dignitosi come quelli accademici, indispensabili per un capitale umano all’altezza delle sfide globali. La geografia dell’IA si concentra in ecosistemi che integrano università, imprese, ricerca e finanziamenti, toccando principalmente due poli: quello americano e quello cinese. Per non restare ai margini occorre sviluppare una progettualità comune».

Aumenta l’ottimismo se si guardano i trend del Made in Italy nell’indagine curata dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Ben 8 imprese italiane su 10 hanno investito nell’ultimo anno. Tra queste il 27% prevede di aumentare gli investimenti nel 2026, mentre il 16% pensa a una riduzione. Non solo. Il 32% si aspetta un miglioramento delle prospettive nel proprio settore di competenza, mentre solo il 12% prevede un peggioramento. «I risultati mostrano un’Italia che guarda al futuro con fiducia e sta investendo in competitività», spiega Gelsomina Vigliotti, Vicepresidente  BEI. Il Made in Italy sta accelerando su innovazione e investimenti immateriali, e continua a godere di favorevoli condizioni finanziarie e accesso al credito.