Cultura

Tra i “messaggi” di Sanremo ne è mancato uno, indovina quale…

12
Febbraio 2024
Di Daniele Capezzone

Nella disarticolazione, nella frammentazione, nella confusione che rappresentano la cifra distintiva del nostro tempo, non c’è purtroppo da lagnarsi se i grandi spettacoli (le forme contemporanee di ciò che accadeva al Colosseo) sono diventati non solo un momento di distrazione e sfogo come nell’antica Roma, ma il luogo per eccellenza dove si formano opinioni-pensieri-valutazioni. 

Il calcolo è fin troppo semplice: se un’ordinaria trasmissione politica è seguita (quando va bene) da 1 milione di telespettatori, e invece Sanremo tiene incollati 11-12-13 milioni di italiani, questo banale dato quantitativo dà la misura di un rilievo addirittura incomparabile del presunto momento di intrattenimento rispetto a un ordinario spazio di approfondimento. Altro che “intrattenimento”, allora: in un’arena così sterminata, ogni sussurro, ogni battuta, ogni mezza parola acquisisce un valore assoluto, una forza inimmaginabile, una potenza di cui troppi non si rendono ancora conto.  

A maggior ragione, quindi, chi gestisce quel circo (e non mi riferisco solo al conduttore, al direttore artistico) dovrebbe sentire su di sé una responsabilità speciale. E invece abbiamo assistito (grazie, in momenti diversi della settimana, a Dargen D’Amico, a Diodato e a Ghali) a frasette buttate lì sul conflitto in Medio Oriente non solo abbastanza avvilenti per superficialità e partigianeria, ma comunque destinate a determinare un forte effetto sull’opinione pubblica. “Stop al genocidio”, si è addirittura sentito nella serata finale.

Peccato che, tra tanti “messaggi”, sia mancato qualcuno (sarebbero bastati 20 secondi) in grado di ricordare cosa sia stato il pogrom del 7 ottobre, con il massacro di donne-uomini-bimbi ebrei proprio in quanto ebrei. Ma – significativamente – non si è trovato né il tempo né il coraggio di farlo. Cattiva volontà? Può darsi, ma non credo sia la spiegazione più convincente. Più probabile un mix di sciatteria e conformismo. Il che – di tutta evidenza – non rassicura.