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Usa 2024: – 335, Trump e il cammino verso la dittatura, secondo Kagan; Burgum fuori

05
Dicembre 2023
Di Giampiero Gramaglia

“Gli Stati Uniti sono chiaramente incamminati sulla via della dittatura e la strada da fare diviene giorno dopo giorno più corta”: le parole di Robert ‘Bob’ Kagan, politologo e storico di fama, scritte in un commento sul Washington Post creano scompiglio e sollevano dibattito. Molti riconoscono che il rischio c’è; molti, però, fra cui lo stesso Kagan, non ritengono che sia ineludibile. Ma Kagan s’interroga: “Perché tutti quanti ci comportiamo come se fosse normale” che questo avvenga?.

Il rischio, cui Michael Duffy, sempre sul Washington Post, dà un nome e cognome è rappresentato da Donald Trump. Il magnate ex presidente è ben avanti nella corsa alla nomination repubblicana, nonostante procedimenti giudiziari d’ogni genere a suo carico, federali, statali, locali, che vanno dall’avere cercato di rovesciare i risultati elettorali del 2020 all’avere sottratto documenti riservati dalla Casa Bianca a comportamenti fraudolenti in privato e negli affari.

Profittando della debolezza implicita del suo rivale, il presidente democratico Joe Biden, Trump può vincere le elezioni, il 5 novembre 2024, e tornare alla Casa Bianca. Il magnate, nei comizi, si presenta come il difensore della democrazia e accusa Biden di distruggerla: è “la sua manipolazione  più grande”, scrive la Cnn.

Peccato, però, che l’analisi di Kagan e la discussione che ne consegue siano appannaggio di quanti non votano, né mai voterebbero, Trump. Mentre i sostenitori dell’ex presidente, ignari dei patemi dei ‘liberal’, si inebriano delle sparate a raffice del loro idolo e plaudono alle sue premesse, le stesse del 2016, tutte puntualmente deluse.

Per giustificarsene, senza averne l’aria e senza ammetterlo, Trump ha già spiegato che intende estendere i poteri dell’esecutivo, dopo essersi già dimostrato, durante il primo mandato, insofferente delle regole della democrazia. L’agenda del magnate include massicce operazioni di arresto e deportazione di migranti illegali e la cacciata dai ranghi dell’Amministrazione federale di chiunque sia percepito come non leale al capo.

Trump e i suoi alleati si sono inoltre impegnati a utilizzare le leggi federali contro i nemici politici. E fiancheggiatori del magnate stanno già studiando come combattere le sfide legali che saranno certamente poste alla manipolazione della Costituzione e come consentire al presidente di attuare alcune delle sue politiche, cioè di fare quello che nel primo mandato non gli era riuscito.

Nel suo articolo, Kargan sostiene che la dittatura è molto più vicina di quanto gli americani non pensino, spiega perché molti sia fra i democratici che fra i repubblicani persistono nell’illudersi che il pericolo sia passato; e tratteggia quello che accadrà all’instaurarsi della dittatura.

“Una dittatura di Trump – scrive – non sarà una tirannia comunista, in cui più o meno tutti sentono l’oppressione … La sua tirannia dipenderà interamente dai capricci di una persona e significherà che i diritti degli americani saranno condizionati più che garantiti”. Kagan si spinge a descrivere l’ampiezza della persecuzione che accompagnerebbe una dittatura di Trump e i limiti della capacità degli americani di resistervi.

Naturalmente, Kagan preferirebbe sbagliarsi. Ma teme di essere nel giusto

Intanto, il lotto degli aspiranti alla nomination repubblicana ha perso un’altra unità, riducendosi ormai a sei: il governatore del North Dakota Doug Burgum ha deciso di lasciare la corsa, alla vigilia del quarto dibattito in diretta televisiva in Alabama domani sera, nonostante un recente aumento delle donazioni a suo favore dovuto, più che ai suoi programmi, alla promessa di gift cards.

Burgum non s’era qualificato per il terzo dibattito e non sarebbe neppure stato ammesso al quarto. Agiato imprenditore nel settore del software, al secondo mandato da governatore, Burgum aveva scarsa visibilità nazionale e s’era lamentato perché le regole di ammissione ai dibattiti impediscono agli outsiders di farsi conoscere e favoriscono i volti noti.

Dei 15 milioni di dollari raccolti dalla sua campagna, oltre 12 ce li aveva messi lui. Il suo percorso è stato anche rallentato, l’estate scorsa, dalla rottura del tendine di Achille in un incidente.

Burgum allunga così la fila dei ritirati, che comprende l’ex vice-presidente Mike Pence, il senatore Tim Scott, il conduttore radiofonico Larry Elder, l’uomo d’affari Perry Johnson, l’ex deputato del Texas Will Hurd e il sindaco di Miami Francis Suarez. Restano in lizza, con Trump, che diserterà anche il quarto dibattito, partecipando in contemporanea ad una raccolta di fondi, il governatore della Florida Ron DeSantis, l’ex governatrice della South Carolina Nikki Haley, l’imprenditore Vivek Ramaswamy, l’ex governatore del New Jersey Chris Christie e il governatore dell’Arkansas Asa Hutchinson.

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