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Von der Leyen: «L’Europa è nel suo momento più precario». Schengen militare e Consiglio di sicurezza, la nuova dottrina Ue
Di Paolo Bozzacchi
L’Europa deve prepararsi a vivere in un mondo nel quale le regole internazionali non bastano più a garantirne sicurezza e prosperità. È questo il filo politico che attraversa il Discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo di Strasburgo. Un intervento nel quale difesa, Russia, Ucraina, Cina e nuove alleanze internazionali finiscono per comporre una stessa strategia: ridurre le dipendenze dell’Unione e aumentarne la capacità di agire autonomamente. La presidente della Commissione descrive un’Unione apparentemente attraversata da una contraddizione: «the strongest» che sia mai stata, ma contemporaneamente nel suo momento «most precarious». Il motivo è il deterioramento del quadro internazionale. «We are now dealing with an openly hostile world», afferma von der Leyen. Non si tratta soltanto della guerra russa contro l’Ucraina, ma della progressiva erosione del sistema multilaterale sul quale l’Europa ha costruito per decenni la propria sicurezza economica e politica.
Dallo Schengen militare al Consiglio europeo di sicurezza
È sul terreno della sicurezza che il cambio di paradigma appare più evidente. Von der Leyen lega la guerra in Ucraina alle minacce che ormai raggiungono direttamente il territorio europeo: sabotaggi, cyberattacchi, incendi dolosi e incursioni di droni. «Russia’s war of aggression on Ukraine rages on and threats are mounting on our soil», avverte la presidente. E sulle cosiddette minacce ibride osserva che stanno diventando «less and less hybrid and less and less threats», cioè sempre più vicine ad atti ostili veri e propri. La risposta proposta è innanzitutto istituzionale. Bruxelles vuole un proprio counter-hybrid playbook e un “protocollo di sicurezza d’emergenza” che permetta, su richiesta di uno Stato membro, di convocare rapidamente i Ventisette e coordinare una risposta comune. A questo Von der Leyen affianca la proposta politicamente più significativa: la creazione di un European Security Council, un Consiglio europeo di sicurezza pensato per rendere più strutturale la gestione delle crisi. «Europe will defend each and every single square metre of its territory», assicura. È il tassello politico di un processo già iniziato sul piano operativo.
La Commissione ha infatti inserito nella propria strategia di difesa il cosiddetto “Schengen militare”, cioè un sistema che consenta a truppe, mezzi ed equipaggiamenti di attraversare rapidamente le frontiere europee, superando autorizzazioni e ostacoli amministrativi. Il Consiglio ha concordato a giugno la propria posizione negoziale sul regolamento per la mobilità militare, che prevede procedure armonizzate e digitalizzate, infrastrutture dual use e un sistema europeo per accelerare i trasporti militari in caso di emergenza. L’obiettivo indicato dalle istituzioni europee è arrivare all’adozione entro la fine del 2026. Non è la costruzione di un esercito europeo, ma un progressivo rafforzamento della capacità dell’Unione di funzionare come spazio strategico unico, anche in coordinamento con la NATO.
Ucraina, il fronte sul quale si misura la credibilità europea
L’Ucraina rimane il principale banco di prova di questa impostazione. Negli ultimi mesi l’Unione ha aperto i negoziati sul primo cluster del processo di adesione di Kyiv e gli Stati membri hanno concordato ulteriori 90 miliardi di euro per le esigenze finanziarie e militari ucraine nel biennio 2026-2027, oltre agli oltre 200 miliardi già mobilitati dall’inizio della guerra. Nel discorso di Strasburgo la questione ucraina viene però collocata in uno scenario più ampio: per von der Leyen la minaccia russa non termina ai confini dell’Ucraina, perché comprende operazioni cyber, sabotaggi e pressione sul territorio degli Stati membri. È questa lettura a collegare il sostegno a Kyiv al rafforzamento della difesa europea e alla mobilità militare interna.
La Cina e il secondo China shock
La sicurezza europea, nella visione esposta a Strasburgo, non è soltanto militare. È anche industriale, commerciale e tecnologica. E qui l’interlocutore centrale diventa Pechino. Von der Leyen ricorda che il deficit commerciale dell’Unione con la Cina ha raggiunto circa un miliardo di euro al giorno. «Some say the second China shock is looming, but it’s already here», afferma, collegando l’eccesso di capacità produttiva cinese al rischio di deindustrializzazione dei distretti manifatturieri europei. La Commissione è pronta, ha detto, a utilizzare gli strumenti commerciali disponibili se il dialogo con Pechino non produrrà risultati concreti. Il messaggio non equivale a una strategia di separazione economica dalla Cina. Prosegue piuttosto la linea del de-risking: ridurre le dipendenze considerate strategiche mantenendo aperto il rapporto commerciale. In questa direzione va anche la proposta di una nuova struttura europea dedicata alle materie prime critiche, con l’obiettivo di aumentare sicurezza degli approvvigionamenti e capacità di stoccaggio.
Canada, la nuova geografia delle alleanze
Ma forse la novità geopoliticamente più interessante arriva dall’altra parte dell’Atlantico. Alla presenza del premier canadese Mark Carney, von der Leyen apre infatti alla possibilità che il Canada diventi il primo “associate member” dell’Unione europea, una categoria che oggi non esiste nei Trattati. «Partnerships are a strategic choice for Europe», spiega la presidente, sostenendo che la frammentazione dell’ordine internazionale impone all’Ue di costruire nuove coalizioni. L’obiettivo dichiarato è portare la relazione con Ottawa «to the highest level possible». L’iniziativa ha una portata che va oltre il Canada. Bruxelles sembra cercare una rete di partnership più profonde con democrazie e Paesi considerati like-minded, in settori che vanno dalla difesa alle tecnologie, dall’energia alle materie prime critiche. Von der Leyen lo sintetizza così: «This is not a partnership against anyone else. But for our common strength». In controluce c’è anche il rapporto transatlantico. L’Unione non mette in discussione l’alleanza con Washington né la centralità della NATO, ma il discorso di Strasburgo parte dall’assunto che l’Europa non possa più fondare la propria politica estera sulla prevedibilità dell’ordine internazionale o sull’intervento degli alleati.
È probabilmente questo il significato politico più ampio dello Stato dell’Unione 2026. Lo Schengen militare, il Consiglio europeo di sicurezza, il de-risking dalla Cina, il sostegno strutturale all’Ucraina e l’apertura a nuove forme di associazione con partner come il Canada sono strumenti diversi di una stessa impostazione: fare dell’Unione non soltanto un grande mercato e un produttore di regole, ma un soggetto capace di proteggere autonomamente i propri interessi in un sistema internazionale sempre più competitivo. La formula scelta da von der Leyen ne riassume il punto di partenza: l’Europa continuerà a difendere l’ordine internazionale basato sulle regole, ma «we can no longer rely on it» come unica garanzia dei propri interessi. È da questa consapevolezza che Bruxelles vuole costruire la prossima fase della politica estera europea.





