Esteri

Medio Oriente: 200 giorni di guerra, occhi su Rafah, negoziati a punto morto

23
Aprile 2024
Di Giampiero Gramaglia

Hai voglia a dire di stare calmi, di tenere i nervi a posto, se il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz posta tweet di missili – iraniani – che piovono sul Colosseo o sulla Torre Eiffel, ti corrono i brividi lungo la schiena e ti viene pure da pensare che qualcuno giochi alla strategia della tensione, in un’area dove la tensione resta altissima e i rischi di contagio di un conflitto eccezionalmente letale – e oggi lungo 200 giorni – sono accresciuti da comportamenti reciprocamente aggressivi e provocatori.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani invita a “evitare di creare il panico”. “Non credo – afferma – che ci sia un’ipotesi di attacco all’Occidente” da parte dell’Iran, “che pure commette errori gravi: dare droni alla Russia, dare droni e armi a Hezbollah non va bene”. La scritta, in inglese, francese ed ebraico, sui tweet di Katz, dice: “Fermate l’Iran prima che sia troppo tardi”. Il messaggio è rivolto al segretario di Stato Usa Antony Blinken e ai ministri italiano, tedesco Annalena Baerbock, francese Stéphane Séjourné e britannico David Cameron. Le notizie che arrivano da Washington allungano, in prospettiva, i conflitti in corso. Il Congresso, dopo sei mesi di tira e molla, stanzia 95 miliardi di dollari per le guerre: 80 di armi per l’Ucraina, soprattutto munizioni e sistemi anti-aerei; 26 per Israele – due terzi per l’esercito israeliano, circa un terzo per aiuti umanitari ai palestinesi –; e il resto per l’Indo-Pacifico.

Medio Oriente: fronti instabili, la Striscia, la Cisgiordania, Siria e Iraq
Dei fronti di tensione aperti, il Medio Oriente è quello più instabile. Dopo l’attacco con dei droni di Israele su Isfahan in Iran, la notte tra il 19 e il 20, forse solo un test della capacità israeliana di perforare le difese aeree iraniane, Tel Aviv e Teheran paiono in stallo: il drammatico ping-pong di attacchi, ritorsioni e contrattacchi s’è forse fermato, almeno per il momento. Ma in stallo sono pure le trattative per una tregua e per la restituzione degli ostaggi, mentre i rapporti tra il Qatar, uno dei mediatori con Egitto e Usa, e Hamas attraversano un momento difficile.

Israele si fa beffe della mozione dell’Onu – vincolante – che ordina la tregua e prepara l’offensiva di terra a Rafah, ignorando gli inviti alla moderazione di Usa e Ue. Preliminare è l’evacuazione dei palestinesi dal sud della Striscia, dove erano stati prima cacciati ed ammassati, verso il centro, a Khan Younis, dove la presenza militare israeliana s’è rarefatta (e dove si scopre una fossa comune con circa 300 corpi nel cortile dell’ospedale teatro di furiosi combattimenti).

In Israele, il premier Benjamin Netanyahu dice: “Nei prossimi giorni aumenteremo la pressione militare e politica su Hamas, perché questo è l’unico modo per liberare i nostri ostaggi e ottenere la vittoria”. E definisce “il massimo dell’assurdità” l’ipotesi di sanzioni degli Usa nei confronti del battaglione degli ultra-ortodossi Netzach Yehuda, famigerato per le brutalità compiute in CisGiordania e per le violazioni dei diritti umani.

Gli episodi letali, le punture di spillo, le azioni terroristiche sono incessanti. La diplomazia latita. Almeno 22 palestinesi tra cui 18 minori sono stati uccisi in una serie di attacchi israeliani contro case di Rafah. L’agenzia di stampa palestinese Wafa scrive che un uomo di 44 anni è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco durante un raid militare israeliano nella città di Gerico, in Cisgiordania. Altre due persone sono state ferite nei vicini campi profughi di Aqbat Jabr ed Ein el-Sultan.

All’inizio della settimana della Pasqua ebraica, a Gerusalemme, un’auto investe dei pedoni – tre sono feriti -: due giovani ne escono, imbracciando un’arma, che però si inceppa, e scappano, ma vengono arrestati. Hezbollah continua a lanciare razzi verso Israele e a subire ritorsioni.

Dal nord dell’Iraq, milizie-filo iraniane prendono di mira una base della coalizione anti-jihadista in Siria a guida Usa. E un’esplosione in una base di milizie filo-iraniane nel centro dell’Iraq causa un morto e otto feriti e innesca l’invio di un drone su Israele. Il governo di Baghdad esclude che si sia trattato di missili, Israele e Stati Uniti negano ogni responsabilità. Il presidente turco Racep Tayyip Erdogan incontra il capo di Hamas Ismail Haniyeh e gli assicura che “i sionisti pagheranno”, poi va a Baghdad, dove il governo iracheno non riesce a ottenere dagli Usa il ritiro delle forze di stanza nel Paese.

Israele: dimissioni di generali e smacco sull’Unrwa
Intanto s’è dimesso, 200 giorni dopo, Aharon Haliva, il generale comandante dell’intelligence militare israeliana che il 7 ottobre non seppe prevenire il massiccio attacco terroristico compiuto da Hamas – 1200 le vittime israeliane e quasi 300 gli ostaggi catturati -. La guerra a Gaza che ne è derivata ha già fatto oltre 34 mila vittime. Alle dimissioni di Haliva si aggiungono quello di Yehuda Fuchs, capo del comando centrale. L’uscita di scena, quasi contemporanea, di due generali di divisione israeliani può certamente essere una coincidenza, ma può anche essere un segnale dissenso per qualche decisione non condivisa nella conduzione delle ostilità. Infine, appaiono inconsistenti, alla luce delle conclusioni di una commissione d’inchiesta indipendente, guidata dall’ex ministra degli Esteri francese Catherine Colonna, le accuse mosse da Israele all’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, l’Unrwa: non ci sono prove che agenti dell’Agenzia abbiamo partecipato ai raid terroristici del 7 ottobre e Israele non ha mai espresso riserve o preoccupazioni su nessuno dei dipendenti dell’Agenzia dal 2011.