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L’acqua, la nuova frontiera strategica dell’Europa e del Mediterraneo
Di Gianni Pittella
(Articolo di Gianni Pittella, Presidente dell’Accademia Mediterranea, pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Per troppo tempo abbiamo considerato l’acqua una risorsa inesauribile. Oggi sappiamo che non è così. Cambiamento climatico, aumento delle temperature, siccità sempre più frequenti, pressione demografica e crescente domanda agricola stanno trasformando l’acqua in una delle grandi questioni strategiche del nostro tempo. E il Mediterraneo è uno degli epicentri di questa trasformazione.
Qui la dimensione ambientale si intreccia con quella economica e sociale, con la sicurezza alimentare, con i fenomeni migratori e, inevitabilmente, con la geopolitica. La scarsità idrica non significa soltanto minore disponibilità di acqua per le famiglie. Significa raccolti più poveri, aumento dei prezzi alimentari, impoverimento delle comunità rurali, maggiore pressione sui sistemi produttivi e possibili tensioni sociali legate alla competizione per una risorsa essenziale.
L’Europa non può più affrontare questa sfida come se fosse esclusivamente una politica ambientale. L’acqua deve diventare una componente strutturale della strategia dell’Unione europea, al pari dell’energia, della sicurezza e dell’autonomia tecnologica. La disponibilità della risorsa condizionerà infatti sempre di più la competitività industriale, l’agricoltura, la produzione energetica e la stessa coesione economica e sociale dei territori.
Il problema riguarda in modo particolare l’Europa meridionale. Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Cipro e Malta sperimentano già periodi sempre più frequenti di siccità e stress idrico. Sarebbe però miope immaginare una divisione tra un Sud europeo esposto alla scarsità e un Nord al riparo. Eventi climatici estremi, alluvioni, alterazioni delle precipitazioni e cambiamenti nel ciclo dell’acqua riguardano ormai l’intero continente.
Per questo serve una vera strategia europea dell’acqua, sostenuta da investimenti adeguati. Occorre ridurre le perdite delle reti, modernizzare acquedotti e infrastrutture, aumentare il riutilizzo delle acque reflue depurate, sviluppare sistemi irrigui più efficienti e sostenere ricerca, digitalizzazione e innovazione. Anche la desalinizzazione può diventare uno degli strumenti disponibili, soprattutto nei territori più vulnerabili, purché sia sviluppata attraverso tecnologie efficienti e fonti energetiche sostenibili, evitando che la risposta a una crisi ambientale generi nuovi costi energetici ed ecologici.
Ma l’Europa deve guardare anche oltre i propri confini. Il Mediterraneo non può essere diviso tra una sponda settentrionale relativamente più protetta e una sponda meridionale lasciata sola di fronte alla desertificazione e alla scarsità idrica. Sarebbe non soltanto ingiusto, ma anche politicamente miope. Se vaste aree del Nord Africa e del Medio Oriente vedranno diminuire ulteriormente la disponibilità di acqua, le conseguenze interesseranno la produzione agricola, l’occupazione, la sicurezza alimentare, la stabilità sociale ed economica e, indirettamente, anche i movimenti migratori.
È per questo che ritengo necessario fare dell’acqua uno dei pilastri di una nuova politica euromediterranea. L’Unione europea dovrebbe promuovere un grande Patto mediterraneo per l’acqua, coinvolgendo governi, istituzioni europee, università, centri di ricerca, imprese e istituzioni finanziarie delle due sponde. Un programma comune dedicato alle infrastrutture idriche, alla desalinizzazione sostenibile, al recupero e al riuso delle acque, alla digitalizzazione delle reti, all’agricoltura a basso consumo e alla formazione di nuove competenze. Un programma capace di mobilitare risorse pubbliche e private, favorire il trasferimento tecnologico e costruire progetti condivisi.
L’acqua, tuttavia, non può essere considerata soltanto come un fattore economico. È un bene essenziale e l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari è riconosciuto dalle Nazioni Unite come un diritto umano. La sfida è quindi conciliare efficienza, innovazione e sostenibilità economica con la garanzia universale di un bene indispensabile alla dignità della persona.
C’è infine una dimensione che mi sta particolarmente a cuore: la pace. Nel Mediterraneo del futuro l’acqua potrà diventare un fattore di competizione e tensione oppure un terreno di cooperazione. Dipenderà dalle scelte che sapremo compiere oggi. Europa e Mediterraneo hanno bisogno di una nuova diplomazia dell’acqua, capace di condividere tecnologie, investimenti e conoscenze, prevenire i conflitti e costruire interessi comuni.
Fare dell’acqua un ponte tra le due sponde del Mediterraneo significherebbe trasformare una delle più rilevanti vulnerabilità del nostro futuro in un’opportunità di cooperazione e sviluppo condiviso. Perché senza acqua non esistono crescita, sicurezza e dignità. E senza una gestione comune della risorsa sarà molto più difficile costruire quel Mediterraneo di pace e prosperità condivisa di cui abbiamo urgente bisogno.





