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Iran e primarie: Trump il Pirro del XXI Secolo, vince le battaglie, perde le guerre

27
Maggio 2026
Di Giampiero Gramaglia

Donald Trump è il Pirro dei tempi nostri: vince le battaglie, ma perde le guerre: l’ipotesi, vaga, ma suggestiva, nasce da quanto sta avvenendo in Iran e da quanto avvenuto, la scorsa notte, in Texas, dove si sono svolte le primarie per il Senato: fra i repubblicani, il candidato ‘trumpiano’ ha vinto e ha così estromesso un senatore in carica da 24 anni. E Pirro che cosa c’entra, in tutto questo?

Cominciamo dall’Iran e dalle prospettive di pace ‘superstiti’, dopo la ripresa dei bombardamenti nella notte tra lunedì e martedì sul Sud del Paese seguita da minacce di ritorsioni iraniane: “non lasceremo senza risposta nessun atto ostile”. Secondo il New York Times, i militari americani, prima di condurre un’andata di bombardamenti su postazioni missilistiche e imbarcazioni che minavano lo Stretto di Hormuz, s’erano sentiti esposti a imminenti possibili attacchi iraniani”.

Di fatto, la scaramuccia della notte tra lunedì e martedì complica i negoziati in atto, anche se Teheran non dà segnali di volere abbandonare le trattative. La Cnn scrive che concludere la guerra in Iran si sta rivelando molto difficile per Trump e nota, sulla base di sondaggi, che gli americani non credono che il presidente possa uscire bene dal conflitto, mentre gli iraniani, da quando possono di nuovo usufruire di internet, mostrano nei loro commenti “scetticismo” sull’atteggiamento statunitense e “volontà di sfida”.

Dopo gli attacchi americani, la guida suprema iraniana Mojtaba  Khamenei ha avvertito: “Per gli Usa nessun luogo sicuro nel Golfo”. In un comunicato, pur senza apparire in pubblico, la nuova guida iraniana ha dichiarato che le basi militari Usa non avranno posto nella regione. Non ci sono invece reazioni saudite alla richiesta di Trump che un accordo con lIran segni la ripresa degli Accordi di Abramo tra Paesi arabi e Israele.

Per il Wall Street Journal, l’obiettivo dell’Iran è chiaro: conseguire un accordo che dia al Paese sollievo economico”, attraverso lo scongelamento di beni bloccati negli Stati Uniti e altrove, l’attenuazione delle sanzioni e la ripresa dell’export energetico; e ciò “senza consegnare a Trump una vittoria”. L’idea di fondo è che gli Usa, pur avendo vinto con Israele la battaglia militare delle bombe e dei missili, stiano perdendo la guerra delle trattative e dell’economia.

L’elemento che attira di più l’attenzione fra i titoli di testata dell’edizione online del New York Times  è una successione di dichiarazioni sulla fine della guerra fatte dall’inizio del conflitto dal presidente Trump, che vanno dal “ce ne andremo molto presto” del 31 marzo – a un mese dell’inizio dell’aggressione israelo-americana e due mesi or sono – alla “resa incondizionata” al “vogliono disperatamente un accordo” al “faremo un grande accordo e non faremo un accordo del tutto” che è il mantra di queste ore.

Il giornale conclude così la sua disanima: “Abbiamo analizzato le dichiarazioni del presidente e le abbiamo confrontate con la realtà: spesso, abbiamo riscontrato un’ampia disconnessione” tra le une e l’altra; e, comunque, allo stato, nessuna s’è realizzata, come, per fortuna, non s’è realizzata l’apocalittica minaccia di “cancellare in una notte un’intera civiltà”.

E le primarie in Texas? In campo repubblicano, il senatore in carica da 24 anni John Cornyn è stato sconfitto e quindi estromesso dall’ex ministro della Giustizia dello Stato Ken Paxton, forte dell’endorsement di Trump. Per i media, praticamente unanimi in merito, Trump ha così coronato un periodo di ‘vendette’ contro i congressman repubblicani che lo hanno criticato od osteggiato: ci sono state le sconfitte nelle primarie di deputati e senatori in carica, dalla Louisiana al Kentucky all’Indiana fino al Texas.

 Le prove di forza di Trump nel partito possono però rivelarsi un boomerang alle elezioni di midterm del 5 novembre, perché la presenza in lista di ultra-Maga ‘trumpiani’ può favorire candidati democratici moderati. In Texas, ad esempio, il seggio di Cornyn, che pareva ‘blindato’, è oggi visto come “contendibile” dal candidato democratico James Talarico, un ex seminarista, il cui messaggio ha toni messianici che possono avere presa sull’elettorato texano.

 Le primarie repubblicane in Texas sono state le più costose nella storia dell’Unione. Paxton ha vinto nonostante sia personaggio molto chiacchierato, al centro di scandali e vicende poco chiare.