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Fermare i data center è la risposta sbagliata

26
Agosto 2026
Di Sergio Boccadutri

Negli Usa sembra che le proteste contro i data center stiano crescendo, almeno sulla carta. In Utah un senatore repubblicano di lungo corso ha perso le primarie per aver difeso un data center sul Great Salt Lake. In Tennessee un deputato democratico di trentun anni ha vinto le primarie del suo distretto cavalcando la protesta contro le turbine a gas che alimentano un supercomputer di Elon Musk. A New York il governatore ha annunciato una moratoria di un anno, in Texas perfino il trumpiano Greg Abbott ha aperto un «audit» sui data center. Sembra una rivolta continentale, eppure, guardando i numeri, i cantieri non hanno rallentato di un giorno.

Da qui conviene partire, perché è il paradosso che spiega tutto il resto. La distanza tra il rumore politico e i fatti nasce da un doppio bluff. Da un lato i costruttori, per raccogliere finanziamenti, annunciano molto più di quanto realizzeranno. Kevin O’Leary, il presentatore di «Shark Tank», ha promesso in Utah uno dei più grandi progetti al mondo prima di ridimensionarlo di tre quarti. Gli operatori seri lo sanno, e per questo una banca d’affari come Bernstein ha provato a pesare la credibilità di ogni watt annunciato, prendendo per buoni i piani di Google e Amazon, dimezzando quelli degli operatori emergenti, ignorando del tutto i fantasisti. In Texas i gestori della rete elettrica hanno ricevuto richieste di connessione per 474 gigawatt, cinque volte la domanda di punta dello Stato: gran parte resterà sulla carta. Dall’altro lato i politici gonfiano la loro opposizione: l’audit texano durerà, guarda caso, fino a subito dopo le elezioni di medio termine. I due bluff si annullano. La quota di progetti cancellati o rinviati è rimasta intorno al 10% nell’ultimo anno, stabile nonostante l’esplosione degli annunci e delle proteste. Il 6 agosto perfino la CNN titolava che gli americani si mobilitano contro i data center ma sorprendentemente pochissimi vengono fermati. La guerra dei data center, insomma, è un po’ finta.

Sotto la guerra finta, però, ce n’è una vera, e non si combatte nella piazza: si combatte sulla bolletta.

Infatti, gran parte dei data center non producono la corrente che consumano: la prelevano dalla rete che alimenta le case. Quando prenota in anticipo la potenza che gli servirà, fa salire il prezzo dell’energia per tutti. Funziona così: nelle aste di capacità le centrali si impegnano oggi a esserci fra tre anni e vendono quell’impegno. Nella rete PJM, che serve tredici Stati dal New Jersey all’Illinois, in due aste il prezzo è passato da 29 a 329 dollari per megawatt al giorno, quasi undici volte tanto. I data center pesano da soli per il 63% del rincaro: oltre nove miliardi di dollari scaricati in bolletta. Una famiglia di Washington paga 21 dollari in più al mese, una del Maryland 18, una dell’Ohio 16. Ma è un difetto delle regole, non una ragione per non costruire: basta far pagare quella potenza a chi la prenota, invece di spalmarne il costo su chi non ne ricava nulla.

Lo stesso vale per l’aria. A Memphis, per alimentare Colossus, il supercomputer di xAI, l’azienda ha piazzato decine di turbine a gas senza chiedere le autorizzazioni previste dal Clean Air Act. La causa intentata ad aprile 2026 dalla NAACP ne conta ventisette al solo impianto gemello di Southaven: sprigionano più di 1.700 tonnellate di ossidi di azoto e 19 tonnellate di formaldeide l’anno, a mezzo miglio dalle case e a un miglio da una scuola elementare, in un quartiere che aveva già il record statale di asma. Il trucco è che le turbine sono su ruote, dunque formalmente «temporanee», per sfuggire alle norme più severe. Ma il caso di Memphis non è l’argomento per fermare i data center: è l’argomento per costruirli con regole. Il problema non è il calcolo, sono le turbine abusive messe lì di corsa da chi ha scelto la scorciatoia sporca invece di quella pulita.

Qui sta l’errore da evitare. Di fronte a un confronto sui dati veri e sulle regole, la tentazione è la risposta più comoda: fermare tutto. A marzo Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno depositato una proposta di moratoria federale sui nuovi impianti; secondo Gallup una netta maggioranza di americani non vuole un data center vicino a casa. La moratoria, però, è la mossa peggiore. Blocca la crescita, certo. Ma soprattutto congela l’innovazione che sta già rendendo questi impianti più puliti e meno assetati. Microsoft ha progettato un raffreddamento a circuito chiuso che riempie l’acqua una sola volta, alla costruzione, e poi la ricicla di continuo tra chip e refrigeratori, azzerando di fatto il consumo idrico: i primi data center col nuovo disegno partono nel 2026 in Arizona e Wisconsin. Questi salti si fanno costruendo e correggendo, non con un decreto che spegne l’incentivo a migliorare. Chi blocca oggi non salva l’acqua e l’aria di domani: rimanda soltanto le soluzioni che le proteggerebbero.

Vale la pena mettere l’acqua nella giusta proporzione, perché è qui che la paura corre più della realtà. Un grande data center in un clima caldo può bere tra i quattro e i venti milioni di litri al giorno: una cifra che spaventa, finché non la si affianca a quella di un campo. In Arizona, lo Stato simbolo di questa guerra, l’agricoltura assorbe l’86% dell’acqua e tutta l’industria, data center compresi, si ferma all’8%; un solo campo da golf a diciotto buche ne consuma oltre un milione di litri al giorno. In Europa l’agricoltura vale il 31% dei prelievi idrici, e l’Italia ne irriga 2,2 milioni di ettari. Un chilo di mandorle californiane costa migliaia di litri d’acqua, eppure a nessuno viene in mente una moratoria sui mandorleti. La differenza vera è un’altra: il campo quell’acqua la evapora e via, il data center può essere riprogettato per ricircolarla. Il consumo idrico è un problema reale, ma è un problema di dove e come si costruisce, non di se.

L’Europa osserva tutto questo come una vicenda americana. È un errore, per due ragioni opposte. La prima è che quel film lo ha già visto: in Irlanda i data center sono passati in dieci anni dal nulla a divorare tra un quarto e un terzo di tutta l’elettricità nazionale. Dublino non li ha vietati per sempre, però: ha bloccato le nuove connessioni e poi le ha riaperte a condizione che i centri si portino l’energia da soli. È esattamente la strada giusta, governare invece di proibire. La seconda ragione è che l’Europa ha il problema rovesciato. Gli americani litigano per rallentare i data center; noi litighiamo per attirarli, e facciamo bene. Bruxelles ha lanciato InvestAI per mobilitare 200 miliardi di euro e invoca la sovranità digitale per non dipendere dai tre giganti americani del cloud, Amazon, Microsoft e Google. L’Italia semplifica: sportelli unici, linee guida ministeriali, la mappa del SINFI che mostra all’investitore dove passano l’alta tensione, le rinnovabili e i cavi sottomarini. Ma anche qui iniziano le prime proteste a livello locale, la risposta non è rinunciare: è scegliere bene dove costruire e con quali regole.

La vera domanda, allora, non è “se costruirli”. Costruirli conviene, e fermarsi costerebbe due volte: in crescita e nella corsa alle soluzioni a basse emissioni e basso consumo d’acqua che solo chi costruisce può trovare. Per l’Italia significa avere i data center e insieme governarli: l’energia che consumano, l’acqua che ricircolano, le regole che ne distribuiscono il costo. Fermarli sarebbe la risposta comoda. E quella sbagliata.