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Energia, salari e industria: perché l’Italia rischia di restare indietro senza una svolta strutturale. Parla Misiani

16
Aprile 2026
Di Alessandro Caruso

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
La tregua in Medio Oriente allenta temporaneamente le tensioni sui mercati energetici, ma non risolve le fragilità strutturali dell’economia italiana. Tra caro energia, ritardi nella transizione e debolezza industriale, il quadro resta incerto. Per il senatore Antonio Misiani, responsabile economico, finanze, imprese e infrastrutture del Partito Democratico, il Paese deve affrontare nodi irrisolti che vanno dalla competitività delle imprese al potere d’acquisto delle famiglie, fino alla necessità di una nuova politica industriale.

Come giudica la tregua in Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz?
«È una notizia positiva, che ci fa tirare un sospiro di sollievo. Tuttavia, bisogna restare prudenti: si tratta di una tregua inserita in un contesto negoziale molto complesso. L’auspicio è che possa consolidarsi, perché è fondamentale che la diplomazia torni a governare le dinamiche del Medio Oriente».

Quali effetti economici può avere questa fase e come andrebbero gestite le conseguenze energetiche?
«La tregua sta già contribuendo ad allentare le tensioni sui mercati di petrolio e gas, riducendo la necessità di misure emergenziali. Ma il problema di fondo resta: il differenziale dei prezzi dell’energia tra Italia e resto d’Europa rimane molto elevato. Questo penalizza la competitività delle imprese e pesa sui bilanci delle famiglie. Il decreto bollette in discussione non affronta questi nodi strutturali, che derivano da un mix energetico troppo sbilanciato sui combustibili fossili e, in particolare, sul gas».

Si torna a parlare di possibili riaperture al gas russo: qual è la vostra posizione?
«Sarebbe paradossale rispondere alla più grave crisi energetica degli ultimi decenni tornando al gas russo. La strada è un’altra: dobbiamo liberarci dalla dipendenza dai combustibili fossili, accelerando su rinnovabili, efficienza energetica e decarbonizzazione».

Le rinnovabili possono davvero sostenere un sistema industriale come quello italiano?
«Sì, a condizione di cambiare passo con decisione. Negli ultimi tre anni l’Italia ha installato meno capacità rispetto ad altri grandi Paesi europei. Eppure, partiamo da una maggiore dipendenza dal gas, che in Italia determina il prezzo dell’energia elettrica per circa il 70% del tempo. Dobbiamo raggiungere almeno gli obiettivi fissati dal PNIEC, che oggi stiamo mancando. Questo significa aumentare significativamente il ritmo di installazione e intervenire anche sull’efficienza energetica».

E sul nucleare di nuova generazione?
«Non sono contrario per principio, ma resto scettico sulla sua fattibilità. I costi sono elevati, i tempi lunghi e il tema delle scorie è ancora irrisolto. Detto questo, è giusto investire nella ricerca e nella filiera industriale. Ma nel breve periodo la priorità è colmare il ritardo sulle rinnovabili: mentre si discute di nucleare, famiglie e imprese continuano a pagare bollette tra le più alte d’Europa».

Come giudica i recenti interventi del governo, tra decreto bollette, fiscale e carburanti?
«Si tratta di misure insufficienti. Il taglio delle accise è utile, ma è una misura regressiva che non aiuta abbastanza le fasce più deboli. Servirebbe rafforzare i contributi diretti alle famiglie e sostenere le piccole e medie imprese energivore. Sul fronte fiscale, il caso di Transizione 5.0 è emblematico: il governo ha creato confusione e poi è intervenuto in ritardo, dopo le proteste delle imprese».

Cosa manca oggi per rilanciare davvero l’industria italiana?
«Manca una vera politica industriale. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli annunci, ma le risorse sono state ridotte e le crisi gestite in modo inefficace. Non possiamo permetterci la deindustrializzazione del Paese. Servono strumenti di medio-lungo periodo per incentivare gli investimenti innovativi, legati alla transizione verde e digitale, e politiche mirate per i settori strategici».

Quali dovrebbero essere le priorità?
«Da un lato misure orizzontali, stabili e meno frammentate rispetto agli interventi a intermittenza degli ultimi anni. Dall’altro politiche verticali per sostenere comparti chiave. Gli incentivi devono essere più selettivi e legati a obiettivi sociali e ambientali».

La crescita italiana resta debole rispetto agli altri Paesi: quanto pesa la struttura economica?
«Pesa molto. La stagnazione italiana è il risultato di fattori di lungo periodo, ma è aggravata da tre anni consecutivi di calo della produzione industriale. La deindustrializzazione è uno dei principali freni alla crescita. Siamo intrappolati in un modello economico di terziarizzazione povera, che genera lavoro poco produttivo e poco pagato».

Che ruolo avranno i rapporti di Draghi e Letta nel programma del Pd?
«I rapporti Letta e Draghi rappresentano punti di riferimento importanti, soprattutto sul completamento del mercato unico e sulla necessità di rilanciare gli investimenti europei in innovazione, transizione digitale e decarbonizzazione. Tuttavia, non bastano a definire un programma di governo: molte priorità, come salari, disuguaglianze e servizi, devono essere affrontate a livello nazionale».

Possono essere una base per un programma condiviso con altre forze progressiste?
«Saranno sicuramente parte del percorso, ma un programma comune dovrà andare oltre, affrontando temi cruciali per l’Italia come il lavoro povero, il rafforzamento del welfare e l’equità fiscale. Il nodo centrale resta il modello di sviluppo: uscire dalla stagnazione è la priorità assoluta, altrimenti ogni politica rischia di essere solo parziale».