Economia
Camisa: “Serve più coraggio su industria ed energia, le Pmi non possono reggere da sole”
Di Jacopo Bernardini
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
Dopo le turbolenze di fine marzo, segnate dal taglio delle risorse al piano Transizione 5.0 — ridotte da 1,3 miliardi a 537 milioni — e dal successivo dietrofront del governo, che le ha ripristinate e rafforzate fino a 1,5 miliardi, il clima tra istituzioni e mondo produttivo è tornato positivo. Un segnale consolidato anche sul fronte europeo, dopo l’incontro di mercoledì a Roma tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, le organizzazioni imprenditoriali e il vicepresidente della Commissione UE, Stéphane Séjourné. Lo conferma Cristian Camisa, presidente di Confapi, la principale organizzazione datoriale italiana rappresentativa delle medie e piccole imprese, pur avvertendo che “il momento resta comunque molto complicato”. Confapi riunisce oltre 116.000 aziende industriali, per un totale di 1,2 milioni di addetti, al centro del dibattito e interlocutore privilegiato delle istituzioni in tema di politiche economiche. Camisa, 52 anni, piacentino, da oltre tre anni è alla guida della Confederazione, dopo un inizio di carriera nel settore automotive (Volkswagen e FIAT) è entrato nel 2008 nell’azienda di famiglia, la T.T.A. (Tecno Taglio Acciai), dove è Presidente e amministratore delegato.
Mercoledì 8 aprile con il ministro Urso ha avuto, assieme alle altre grandi organizzazioni imprenditoriali, un confronto con il Vicepresidente della UE e Commissario all’Industria, Sejourné. Come è andata?
«L’esito è stato molto positivo, perché la manifattura è tornata al centro delle discussioni con l’Europa. Quel che abbiamo chiesto è di avere tempi più rapidi e certi sui processi decisionali che ci riguardano. Ci confrontiamo con Cina e Stati Uniti, dove le decisioni sono rapidissime. Ritardi e lungaggini in Italia e in Europa ci penalizzano. Questo incontro è un primo passo per far tornare le Pmi industriali al centro del dibattito a Bruxelles. Aggiungo un commento sul tema dei conti pubblici: nessun dogma sul non sforare: meglio sforare e avere ancora un tessuto industriale piuttosto che mantenere conti in ordine ma con aziende che falliscono».
Tornando in Italia, con il decreto carburanti è rientrato anche il credito Transizione 5.0 per gli investimenti in efficienza e innovazione delle imprese. Quale è il clima attuale?
«L’incontro della scorsa settimana con il ministro Urso e il ministro Foti è stato importante, perché ha ristabilito il rapporto fiduciario con le imprese. Abbiamo fatto con loro un lavoro preliminare per trovare soluzioni adeguate. Il taglio del credito d’imposta per gli investimenti avrebbe messo in difficoltà molte attività, soprattutto quelle di piccole dimensioni. Un risultato ancora più positivo se si considera il complicato scenario internazionale, che si somma al tema dazi degli USA. Uno scenario che per essere affrontato nel migliore dei modi deve basarsi su un solido patto tra istituzioni e imprese».
Quale è, in questo momento, lo stato di salute delle Pmi italiane?
«Abbiamo condotto un’indagine tra i nostri associati, per capire quale impatto stimano sui loro bilanci dagli scenari di guerra. Il risultato: una riduzione della marginalità tra il 2% e il 5%. Per le imprese con un Ebitda basso, questo calo può portare a situazioni di difficoltà. Altro dato che emerge: un’impresa su due ha interrotto gli investimenti e quattro su dieci hanno bloccato le assunzioni».
Prima di Pasqua il governo ha rinnovato il taglio delle accise sui carburanti. Sul fronte imprese come vanno le cose? Le aziende italiane pagano l’energia più delle francesi o tedesche…
«È così: già partivamo, prima dell’attuale crisi, da una situazione sfavorevole: 108 euro al MWh contro i 60 di Francia e poco più di 80 della Germania. Da marzo il contesto è peggiorato. Le nostre aziende soffrono di un gap strutturale per scelte di politica economica e fiscale che continuano a penalizzarci».
Che cosa chiede, come Presidente di una Confederazione che rappresenta 116.000 imprese, all’esecutivo?
«Siamo coscienti delle difficoltà per il bilancio pubblico di rispettare i vincoli europei in tema di disavanzo. Ma l’economia reale, le attività produttive, stanno soffrendo molto. Forse si potrebbe accettare di avere una situazione di finanza pubblica meno in salute, se questo servisse ad evitare un effetto domino esiziale per molte imprese. Una posizione difficile, mi rendo conto, ma stiamo davvero viaggiando su un sentiero pericoloso».
Quale sarebbe a suo avviso una misura utile?
«Un credito imposta per gli investimenti delle aziende energivore e a media tensione che compensi il gap attuale rispetto all’Europa. Il ritorno sarebbe molto positivo per imprese, economia reale e quindi famiglie».





