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Brexit: dieci anni dopo, la Gran Bretagna paga ancora scotto e cambia di nuovo premier

23
Giugno 2026
Di Giampiero Gramaglia

Dieci anni dopo il referendum che, il 23 giugno 2016, decise la Brexit, la Gran Bretagna paga ancora lo scotto di quella decisione rivelatasi economicamente una catastrofe e cambia di nuovo premier: le dimissioni, ieri, da leader del partito laborista di Keir Starmer aprono la strada all’arrivo a Downing Street di Andy Burnham.

In dieci anni, faranno sette premier – cinque conservatori e due laburisti – e nove governi. Altro che albionici vanti di solidità e stabilità: è roba da Italietta nelle fasi peggiori della prima Repubblica. E intanto il Pil va giù e l’immigrazione extra-europea va su.

In un grafico in prima pagina, il New York Times mostra l’impressionante impennata degli ingressi in Gran Bretagna da Paesi non Ue, mentre il saldo con i 27 è negativo: c’è più gente che se ne va di quanta ne arrivi. Il titolo recita: “Le fragole britanniche raccolte da lavoratori dell’Asia centrale… La maggior parte degli stagionali arrivano da Paesi come Kirghizistan e Tagikistan, senza di loro l’agricoltura britannica andrebbe in tilt…”.

Un fatto che il Regno Unito sta ancora pagando il conto della Brexit, in termini di minori scambi e minori investimenti: “Il Paese – afferma il NYT, citando analisi di esperti – è oggi meno ricco di quanto non sarebbe stato se fosse rimasto nell’Ue”. Un conto che i fautori della Brexit e gli elettori del ‘Leave’ non avevano ‘messo in conto’.

Il ‘Leave’ prevalse sul ‘Remain’ con il 51,9% dei voti: oltre 17 milioni di persone vollero andarsene dall’Ue, l’Inghilterra e il Galles, gli anziani, la gente senza titolo di studio, i meno abbienti; avrebbero invece voluto rimanere la Scozia e l’Irlanda, i giovani, i laureati, gli alti redditi. Lo shock fu forte: travolse la politica – il premier conservatore David Cameron, promotore del referendum ma scommetteva sull’esito opposto, si dimise -; e l’economia, dove i finanzieri e gli investitori paventano contraccolpi imprevedibili. C’era ansia e incertezza a Londra, a Bruxelles e nelle capitali dei 27, dove la Brexit appariva uno spauracchio.

Per la società britannica, è stato il peggiore scossone dalla Secondo Guerra Mondiale: ci vollero oltre tre anni e mezzo per mettere a punto l’accordo di recesso, firmato il 1° febbraio 2020. E ci volle quasi un altro anno di transizione perché la separazione divenisse effettiva, il 1° gennaio 2021, in tutti i suoi aspetti, amministrativi, burocratici, commerciali e – il più drammatico e percepibile – la libera circolazione delle persone e delle merci. Nel giugno del 2019, in pieno guado, europei e britannici furono attori di uno spettacolo surrealista: elessero un Parlamento europeo con dentro 73 eurodeputati britannici ‘provvisori’, perché già si sapeva prima o poi se ne sarebbero andati.                        

Dieci anni dopo, i sondaggi dicono che i britannici si sono pentiti, che, se si si votasse oggi, dopo avere fatto l’esperienza della Brexit, il risultato sarebbe rovesciato. Ma vatti a fidare dei sondaggi: anche allora dicevano di stare tranquilli, che alla fine non sarebbe successo nulla. Invece, saltò fuori una maggioranza di britannici disposta a seguire quel pifferaio di Hammelin che si rivelò essere Nigel Farage. E oggi, nonostante i britannici si siano apparentemente ricreduti su quel voto, gli corrono ancora dietro, stavolta sui sentieri della politica interna e del contrasto all’immigrazione. vecchie solfe, risposte semplici – e fallaci – a problemi complessi.

Quasi per assurdo, per ritrovare quel che hanno perduto, i britannici pensano di affidarsi a chi gliel’ha tolto. Del resto, è già successo negli Stati Uniti: non contenti d’avere eletto una prima volta Donald Trump, gli americani lo hanno rieletto, ridandogli fiducia nonostante i disastri già combinati nel primo mandato. Adesso lamentano le guerre inutili (e perdute), il caro benzina, le spese sociali tagliate e quelle militari gonfiate? Fatti loro e ben gli sta.

In Gran Bretagna, l’avvicendamento alla guida dei laburisti e, quindi, il cambio di premier basteranno a invertire la tendenza, in vista delle prossime elezioni politiche? Starmer prende atto dell’ammutinamento del partito e se ne va senza inscenare una battaglia fratricida: i suoi gli contestano una mancanza di carisma cui non c’è rimedio, impossibile ‘fare il Blair’ se sei un travet della politica senza il fascino Anni Novanta di Tony Blair.

Il suo successore Andy Burnham pare avere il carisma. Vedremo se azzeccherà le scelte politiche e riuscirà a mettere il Paese al riparo dalle sirene di Farage che, con il suo Reform UK, ha già messo in crisi il tradizionale sistema bipartitico britannico e punta a conquistare il potere con lo slogan – che più populista e qualunquista non si può – “la gente ne ha abbastanza”.

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