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Benzina, il governo punta su Eni per frenare i prezzi: ipotesi taglio di 10 centesimi

30
Settembre 2026
Di Giuliana Mastri

Eni chiamata a fare da apripista per provare a ridurre i prezzi di benzina e gasolio. È la strada indicata dal governo, che punta sulla moral suasion nei confronti del gruppo e sull’ipotesi di un price cap sui carburanti. Una mossa che potrebbe coinvolgere una rete di circa 2.900 stazioni sulle circa 10mila presenti in Italia, con l’aspettativa che anche le altre compagnie seguano l’esempio.

Eni ha un peso particolare perché è partecipata dallo Stato italiano, mentre altri grandi operatori presenti sul mercato hanno assetti differenti: uno è partecipato dallo Stato italiano, uno è azero e uno kuwaitiano. Tutti, però, sono chiamati a confrontarsi con lo stesso arco di giorni.

La prova sarà quindi alla pompa. Il governo spera che il meccanismo funzioni e che la moral suasion produca un effetto concreto sui prezzi. Anche Ip e Q8 ha lasciato intendere che intende raccogliere l’invito del governo.

Il gasolio sopra i 2,30 euro

La pressione sui carburanti è diventata inevitabile dopo l’aumento dei prezzi. Il gasolio self service, che all’inizio dell’anno si attestava tra 1,60 e 1,70 euro al litro, nel 2025 è arrivato sopra i 2,30 euro.

In questa fase i rincari incorporano soprattutto un premio di rischio legato a possibili condizioni di scarsità. Nel frattempo, in Medio Oriente il greggio sta gradualmente tornando a scorrere sui livelli precedenti alla guerra.

Il problema che resta è quello del trasporto a basso costo. Il rischio bellico rende le rotte petrolifere più onerose: le «navi madre petrolio» che entrano nel Golfo vuote ed escono cariche per rifornire al largo altre petroliere in attesa, attraverso il sistema «sea to sea», continuano a sostenere un costo aggiuntivo quantificato in circa 20-30 dollari in più per ogni barile scaricato a valle.

L’Italia, però, non è l’Austria: dispone di capacità di raffinazione. Per questo, secondo l’articolo, attribuire il problema esclusivamente al trasporto significherebbe sbagliare diagnosi. Il sistema italiano potrebbe fare di più, ma il petrolio è diventato più caro.

A pesare è anche il progressivo restringimento della capacità produttiva. In quindici anni sono stati chiusi quasi 30 impianti e il mercato italiano ha iniziato a importare prodotto finito quando le raffinerie interne non sono in grado di produrne abbastanza. Il governo sta lavorando anche su questo fronte, ma una risposta non può arrivare rapidamente perché richiede nuova capacità. Nel frattempo resta la speranza che la situazione in Russia possa normalizzarsi.

Agricoltura e pesca, il problema del costo industriale

Per agricoltori e pescatori la situazione è diversa perché le accise non vengono pagate. In questi settori pesa quindi direttamente il costo industriale del carburante.

Se il diesel passa da 40-50 centesimi a un euro nell’arco di pochi mesi, il conto arriva direttamente sul settore agricolo e sulla pesca e non può essere compensato semplicemente riducendo la spesa.

È un problema che, secondo la ricostruzione, il governo dovrà affrontare già nella legge di bilancio.

Accise e compagnie, l’ipotesi del doppio taglio

Una delle possibilità indicate consiste in uno scambio esplicito tra Stato e compagnie. Lo Stato potrebbe ridurre di dieci centesimi l’accisa e chiedere contemporaneamente agli operatori di abbassare di altri dieci centesimi il prezzo di vendita. L’effetto finale sarebbe quindi moltiplicato.

Il costo per l’erario resterebbe controllato e il segnale al mercato sarebbe chiaro: il sacrificio fiscale non dovrebbe servire a coprire i margini degli operatori, ma ad abbassare il prezzo finale.

Accanto a questa strada, sul cap potrebbero essere adottate misure industriali mirate. Una delle ipotesi è detassare i proventi derivanti dall’ulteriore quantità di benzina e diesel raffinata in Italia rispetto ai livelli attuali. L’obiettivo sarebbe incentivare l’offerta e diminuire il prezzo per tutti i distributori.

Non tutti, infatti, possono replicare una mossa di Eni. Se un operatore dispone soltanto di un margine di intermediazione di pochi centesimi al litro, non ha spazio sufficiente per ridurlo ulteriormente.

Per l’erario, inoltre, l’incentivo sulla maggiore raffinazione non comporterebbe la rinuncia a un gettito già esistente, perché quella produzione oggi non avviene. Restano poi altri strumenti, come crediti d’imposta e ammortamenti accelerati, per chi aumenta la propria capacità.