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Caso Regeni, scontro sui rapporti con l’Egitto. Meloni: «Chiudere i canali non ci avvicina alla verità»
Di Giampiero Cinelli
Il caso Giulio Regeni torna al centro dello scontro politico e riapre il confronto sui rapporti dell’Italia con l’Egitto. Dopo le parole del vicepremier Antonio Tajani, contestate dalle opposizioni, Giorgia Meloni difende la scelta di mantenere aperti i canali con il Cairo e ribadisce la vicinanza alla famiglia del ricercatore. Sullo sfondo resta il processo agli agenti egiziani e il rischio che il percorso giudiziario finisca per scontrarsi con la prescrizione.
«Abbiamo utilizzato tutti i canali politici e diplomatici con Il Cairo. E dubito che chiudendo quei canali ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarcene», ha affermato la presidente del Consiglio. Meloni ha espresso «vicinanza alla famiglia» e ha risposto alle richieste del campo largo di pretendere la consegna dei tre alti ufficiali dell’intelligence egiziana condannati per il sequestro del ricercatore, torturato e ucciso al Cairo nel 2016.
«Siamo assolutamente determinati a cercare la verità. La sentenza non è ancora passata in giudicato e quindi tutto quanto andrà fatto nei modi e nei tempi in cui sarà necessario farlo», ha aggiunto la premier, convinta però che «rompere con Il Cairo non sia la via per la verità».
Ad accendere la polemica erano state le parole pronunciate dal vicepremier Tajani: «Ci sono tre persone colpevoli, ma non è l’Egitto a essere condannato in quanto tale». Affermazioni giudicate «molto gravi» dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dal centrosinistra, che aveva esortato il governo a «pretendere dall’Egitto la consegna dei responsabili».
Tajani ha quindi corretto il tiro, richiamando il contenuto della sentenza: «Sentenza limitata che non ho fatto io. La giuria ha condannato tre persone per il sequestro, non per l’omicidio. Addirittura uno l’ha assolto. Vorrei che si potesse andare avanti e sapere chi sono gli assassini».
Per il ministro degli Esteri «vale più l’azione diplomatica che il clamore. Non abbiamo mai mollato e non copriamo nulla. Abbiamo sempre insistito con le autorità egiziane affinché collaborassero. Con lo stesso impegno e discrezione, da non sbandierare, abbiamo fatto uscire dall’Egitto Patrick Zaki e stiamo lavorando per portare a casa Nessy Guerra e sua figlia».
Alla domanda se l’Egitto di al-Sisi possa ancora essere considerato un Paese amico, Tajani ha risposto: «Quando ci sarà una condanna formale dell’Egitto prenderemo misure di conseguenza».
Il rischio della prescrizione
La questione giudiziaria resta aperta. La difesa dei tre condannati è pronta a presentare ricorso, ma un eventuale appello potrebbe iniziare tra due anni. A complicare il percorso ci sono gli ostacoli procedurali legati allo status degli imputati assenti dagli atti e un possibile nuovo passaggio davanti alla Corte costituzionale. Il rischio prescrizione nel 2029 viene indicato come concreto.
A sostegno del vicepremier è intervenuto il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Non spetta a me difendere Tajani, ma la tempistica è sbagliata. Prima di dire venga a riferire fategli leggere la sentenza».
Per La Russa «è giusto fare tutto il necessario affinché i condannati vengano estradati in Italia», ma resta il fatto che «nessuno è stato condannato per omicidio, addirittura il più alto in grado è stato assolto completamente da tutte le accuse, anche di sequestro». Quanto al pressing sull’Egitto, «credo lo si stia già facendo».
Dalle opposizioni continua invece l’attacco al governo. Schlein sostiene che Tajani abbia perso «un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese», mentre la dem Susanna Camusso incalza: «Dopo la sentenza il governo agisca».
Duro anche il giudizio di Nicola Fratoianni di Avs: «La toppa di Tajani è peggio del buco». E ancora: «Quelle sono distinzioni formali. Ferisce la memoria di Regeni. Venga in Aula a dire con chiarezza quali iniziative intende assumere, quali passi abbia compiuto e come intenda difendere l’esito del processo».
La replica del ministro è netta: «Non ho paura di andare in Parlamento, siamo determinati, basta strumentalizzazioni».





