La notizia è tecnica solo in apparenza, ma politicamente molto pesante: l’Italia uscirà dalla procedura d’infrazione europea per disavanzo eccessivo con un anno di ritardo rispetto agli obiettivi fissati.
Non è più una questione di previsioni o margini interpretativi, ma di numeri ufficiali: i dati certificati dall’ISTAT fissano il deficit al 3,07% del PIL. Bastano sette centesimi sopra la soglia del 3% per determinare lo slittamento dell’uscita dalla procedura al 2027.
Per capire la portata della questione bisogna ricordare cosa sono i parametri europei. Il Patto di Stabilità stabilisce due soglie fondamentali: deficit pubblico non superiore al 3% del PIL e debito pubblico al 60% del PIL (o comunque in discesa credibile verso quel livello). Quando questi parametri vengono superati in modo significativo, scatta la procedura per disavanzo eccessivo, che impone un percorso di rientro concordato con Bruxelles, con obiettivi puntuali anno per anno.
L’Italia resta strutturalmente fuori parametro sul debito, che si colloca intorno al 137% del PIL (per giunta in crescita). Ma è sul deficit che si è giocata la partita più immediata: il rientro sotto il 3% avrebbe consentito l’uscita dalla procedura.
Il dato ufficiale del 3,07% non lascia spazio a interpretazioni. È uno scostamento minimo in termini percentuali, ma decisivo sul piano politico e istituzionale. In Europa, la differenza tra dentro e fuori la procedura passa esattamente da qui.
Uscire dalla procedura avrebbe significato maggiore flessibilità nella gestione dei conti pubblici, più spazio per politiche espansive e un rafforzamento della credibilità internazionale. Restarci dentro comporta invece un monitoraggio più stringente, impegni di aggiustamento più rigidi e, soprattutto, minori margini di manovra nelle prossime Leggi di Bilancio.
Per questo, al netto delle attenuanti, si tratta di un fallimento. E come tutti i fallimenti, ha cause che si distribuiscono nel tempo. Una parte rilevante del problema deriva dal peso ancora significativo del Superbonus sui conti pubblici. Una misura che ha generato un impatto complessivo superiore ai 110 miliardi e che continua a produrre effetti sul deficit anche negli anni successivi.
È un’eredità pesante, che rende più difficile qualsiasi percorso di rientro. E che dovrebbe far riflettere chi oggi guarda con favore a un ritorno di Giuseppe Conte: forse “Avvocato del popolo”, ma difficilmente “Avvocato della stabilità finanziaria italiana”.
Detto questo, non si può attribuire tutto al passato. Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avuto quasi quattro anni di governo e altrettante Leggi di Bilancio per costruire un percorso credibile di uscita dalla procedura. Arrivati al traguardo, i conti non tornano.
Il dato del 3,07% è il risultato finale di quel percorso. E, pur trattandosi di uno scostamento contenuto, resta un errore di valutazione che pesa politicamente. In un sistema come quello europeo, dove ogni decimale è negoziato e monitorato, arrivare sopra la soglia significa non aver centrato l’obiettivo.
Le conseguenze politiche sono evidenti. Giorgia Meloni perde un argomento importante nella narrazione di affidabilità economica del suo governo. Ma soprattutto si trova con margini di manovra più limitati per il futuro. Senza uscita dalla procedura, immaginare una Legge di Bilancio espansiva diventa molto più difficile.
Le opzioni sono due. La prima è restare dentro i vincoli europei, accettando una linea prudente, con effetti inevitabili anche sul consenso.
La seconda è provare ad aprire un fronte politico a Bruxelles, chiedendo un allentamento delle regole — per tutti, in nome della crisi internazionale, oppure per l’Italia in modo più mirato. Una scelta che comporterebbe un costo politico elevato e conseguenze difficili da prevedere nei rapporti con i partner europei.
In ogni caso, la fase che si apre è più complessa di quella che si chiude. Perché mentre la politica può discutere e reinterpretare, i numeri ufficiali restano lì, inchiodati al 3,07%. E questa volta sono stati sufficienti, da soli, a cambiare il calendario e il perimetro dell’azione di governo.





