La sequenza degli ultimi giorni restituisce un’immagine meno lineare di quella a cui Giorgia Meloni aveva abituato osservatori e alleati. Dopo la sconfitta al referendum, che ha rappresentato il primo vero inciampo politico interno, sono arrivate una serie di “botte” sul piano internazionale e para-istituzionale che, pur non essendo direttamente imputabili a Palazzo Chigi, contribuiscono a creare un clima diverso.
La prima è la più evidente: l’apparente raffreddamento del rapporto con Donald Trump. Le recenti dichiarazioni del Presidente americano (sempre più elemento di ingovernabilità e incertezza sulla scena globale) hanno segnato una distanza che fino a pochi mesi fa sembrava impensabile.
Non una rottura formale, ma una presa di posizione che ha fatto capire come il rapporto personale non basti più a garantire una sintonia politica automatica. Paradossalmente, i sondaggi suggeriscono che questo distacco potrebbe non essere un danno immediato per Meloni, anzi.
Una parte dell’elettorato moderato potrebbe vedere positivamente una maggiore autonomia rispetto a Washington. Ma il prezzo è evidente: una conversione più marcata verso un profilo europeista, che richiederà tempo, coerenza e credibilità.
Ed è qui che entra in gioco Emmanuel Macron. Il vertice di Parigi dei “volenterosi” ha mostrato un presidente francese pronto ad accogliere Meloni a braccia aperte, quasi a offrirle una nuova collocazione nel perimetro delle leadership europee più “affidabili”. È un’opportunità, ma non senza costi. La Francia non regala nulla, soprattutto sul piano politico. Una rinnovata sintonia con Parigi implica inevitabilmente compromessi su dossier chiave: governance economica, difesa europea, politiche industriali. E, soprattutto, comporta un riposizionamento che potrebbe non essere indolore all’interno della stessa maggioranza italiana.
Nel frattempo, sullo sfondo europeo, arriva anche la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria, un altro elemento simbolico non secondario. Orbán è stato per anni uno dei riferimenti politici impliciti di una certa destra europea. Il suo arretramento segnala che quel modello, almeno in questa fase, non è più così vincente. Anche questo contribuisce a spingere Meloni verso una ridefinizione del proprio profilo internazionale, meno identitario e più istituzionale.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il caso Monte dei Paschi di Siena. Il cambio al vertice dell’istituto ha aperto interrogativi più politici che finanziari. Non è chiaro chi, dentro il governo, abbia realmente guidato l’operazione, né se il Ministero dell’Economia sia rimasto davvero neutrale. Un elemento che, al di là del merito della scelta, alimenta la percezione di una gestione meno coordinata rispetto agli standard mostrati finora dall’esecutivo. Nel complesso, si ha la sensazione di una fase in cui più fattori, anche scollegati tra loro, contribuiscono a creare un’onda di fondo meno favorevole. Non una crisi conclamata, ma una modifica della parabola che, come insegna un amico, cambia pendenza e non si inclina.
Meloni, però, resta una leader che ha dimostrato di saper reagire. La possibile traiettoria di rilancio passa probabilmente da alcuni dossier su cui investire capitale politico e recuperare centralità mediatica.
La politica internazionale resta il primo di questi: il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo allargato, la gestione delle crisi energetiche, il rapporto con i Paesi del Golfo. Ma anche i dossier europei, dalla riforma delle regole fiscali alla politica industriale, potrebbero diventare terreno su cui costruire una nuova fase portatrice di consenso in vista dell’appuntamento con la storia del 2027.
Nel frattempo, sul fronte interno, qualcosa si muove anche tra le opposizioni. Una sorta di onda invisibile sembra spingere verso un ritorno di Giuseppe Conte al centro del quadro politico.
Il nuovo libro, le interviste, le prese di posizione di esponenti di primo piano del Partito Democratico, formalmente a sostegno di Elly Schlein, ma spesso con toni che lasciano intendere altro, disegnano uno scenario in cui la leadership del “campo largo” potrebbe non essere così scontata. È una dinamica ancora embrionale, ma non priva di significato.
Il risultato è un quadro più fluido di quanto apparisse solo poche settimane fa. Meloni resta al centro del sistema politico italiano, ma intorno i satelliti iniziano ad ingrandirsi e ad assumere traiettorie sempre più incontrollabili.





