Salute
«Il talento non basta: servono reti, metodo e accesso». Giulio Deangeli racconta perché investire sui giovani è una scelta economica
Di Ilaria Donatio
(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)
All’altro capo della linea, quando Giulio Deangeli risponde, a Boston sono le cinque del mattino. È ancora buio, ma per lui la giornata è già iniziata. In poche settimane volerà a Dubai per il World Government Summit come membro del capitolo Young Scientists della World Association of Nobel Laureates, poi in India e di nuovo negli Stati Uniti, dove guida un laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Trenta anni appena compiuti, un percorso tra Pisa, Cambridge, Harvard e oggi Boston, e un nome che Forbes ha inserito, lo scorso anno, nella lista dei 30 Under 30 più influenti del Nord America.
La sua storia non è quella del genio solitario, ma di una curiosità coltivata con metodo. Da ragazzo, racconta, i suoi giochi preferiti erano programmare e costruire con i Lego. «Mi piaceva creare con le mani». Alla Scuola Sant’Anna di Pisa, dove entra nel 2014 come allievo di medicina, affiancando al percorso clinico studi di ingegneria e biotecnologie fino alla magistrale in biotecnologie molecolari e al master in scienze mediche, scopre presto che la ricerca non vive nei recinti disciplinari. Il suo tutor gli ripete che per fare buona scienza bisogna “uscire dal proprio orticello”. Così, accanto a medicina, comincia a studiare anche fisica, ingegneria e altre discipline quantitative. Nei quattro anni successivi porta avanti più percorsi in parallelo, oltre alla ricerca, trascorrendo ogni estate tra Cambridge e Harvard. Non per accumulare titoli, ma perché, racconta, «quando scegli ciò che fai per passione, il peso dell’obbligo scompare».
A Cambridge lavora con Maria Spillantini, la scienziata che ha identificato la proteina centrale del Parkinson, e con Pietro Liò, uno dei pionieri delle architetture di “attention” che oggi sono alla base dei modelli come GPT. È lì che prende forma il suo filone di ricerca: sviluppare modelli di machine learning capaci di individuare bersagli molecolari per malattie neurodegenerative e patologie a base genetica complessa. A Boston, dove si trasferisce due anni fa, fonda un laboratorio con Cristiano Peron e Fidelis Pence e lavora a una tecnologia per identificare rapidamente i microrganismi responsabili delle infezioni, superando l’attuale pratica di prescrivere antibiotici “a largo spettro” alla cieca, con costi enormi in termini di resistenze, ricoveri e mortalità.
Accanto alla ricerca, Deangeli ha costruito anche un’attività di consulenza sull’uso dell’intelligenza artificiale nelle imprese. Insieme a Enzo Ferro ed Eugenio Andreose ha messo in piedi un team di AI scientist, Cognitex, che lavora sull’implementazione concreta dell’AI nei processi aziendali. «Il 90 per cento dei progetti pilota fallisce», osserva. Non per mancanza di tecnologia, ma perché manca l’interprete tra ciò che il management vorrebbe fare e ciò che gli strumenti consentono davvero. Anche qui, il filo è lo stesso: competenze ibride, persone che parlino più linguaggi.

È in questo intreccio tra talento, reti e opportunità che nasce GA-THERE, il progetto no-profit che Deangeli ha lanciato come evoluzione di una fondazione attiva dal 2017. Il nome è una crasi tra to gather e go there: mettere insieme e poi partire. L’idea è semplice e radicale: selezionare cinquanta giovani in tutta Italia che abbiano un sogno – accademico, professionale, imprenditoriale o sociale – e accompagnarli per un anno con mentorship, formazione, accesso a reti e opportunità. Non per indirizzarli verso un modello predefinito, ma per aiutarli a giocare bene le proprie carte.
Le candidature arrivate sono state centinaia. Molte commoventi, altre sorprendenti. Quasi il 40 per cento non rientra nelle categorie tradizionali: non solo futuri ricercatori o startupper, ma aspiranti piloti, creatori di videogiochi, promotori di progetti sociali. «È uno spaccato di umanità», dice Deangeli. «E dimostra quanto talento resti invisibile quando mancano le informazioni giuste». Per lui, il vero problema non è l’assenza di capacità, ma la mancanza di mappe: in Italia esistono opportunità straordinarie – come le scuole superiori universitarie – che spesso neppure i docenti conoscono. Se non hai genitori o mentori che ti guidano, è facile non scoprire mai che quelle porte esistono.
Non ama l’espressione “dare credito ai giovani”. Preferisce parlare di affiancamento, di fratelli maggiori che aiutano a evitare errori e occasioni perse. È un investimento in capitale umano, non una retorica della speranza. Lo stesso vale per la sua visione dell’AI: una forza che renderà obsolete molte mansioni ripetitive, ma che può liberare creatività e competenze, se accompagnata da formazione adeguata. Serviranno sempre più professionisti “doppi”, esperti sia di tecnologia sia del dominio in cui la applicano.
Guardando l’Italia dall’estero, Deangeli non parla di cervelli in fuga. Per un ricercatore, dice, essere internazionale è parte del mestiere. Il vero limite, semmai, è un certo campanilismo che impedisce di concentrare risorse e talenti in pochi grandi poli di eccellenza. Un sistema diffuso è socialmente equo, ma meno efficace quando si tratta di spingere la ricerca al limite. Mentre la conversazione finisce e Boston inizia a svegliarsi, il suo calendario resta quello di un trentenne che corre tra continenti. Ma il senso del suo progetto è tutto qui: usare quella velocità, quelle reti, quell’accesso al mondo, per tirare dentro chi altrimenti resterebbe fuori. Non per beneficenza, ma per un’idea molto





