Politica
Schlein e il Pd guardano agli Usa per arrivare a Palazzo Chigi
Di Lorenzo Berna
C’è una direzione precisa nel lavoro che il Partito Democratico sta conducendo in queste settimane, e porta il nome di una capitale: Washington. Non si tratta di seguire le oscillazioni della politica americana, ma di costruire qualcosa di strutturale – una presenza credibile nel dibattito transatlantico che possa, nel tempo, tradursi in legittimità di governo. Il seminario organizzato dalla Fondazione Demo di Gianni Cuperlo dedicato agli Stati Uniti ha avuto questa funzione: non un momento di approfondimento culturale, ma un segnale politico indirizzato simultaneamente all’area progressista americana, alle cancellerie europee e a quell’elettorato moderato che misura l’affidabilità di un partito anche dalla qualità delle sue relazioni internazionali.
Dentro il Nazareno si è fatta largo una convinzione che, detta così, suona quasi ovvia ma che in realtà segna una discontinuità: Trump è una variabile da comprendere, non un avversario da ignorare. Mario Del Pero, tra i più autorevoli storici italiani delle relazioni internazionali e docente a Sciences Po, ha raccontato di un incontro «scientifico e analitico, prima ancora che politico», con una dirigenza – Schlein, Cuperlo, Provenzano tra gli altri – capace di ascoltare senza l’urgenza di trasformare tutto in posizione di bandiera. Per Schlein questo approccio ha una posta in gioco precisa: nella storia politica italiana, la qualità del rapporto con gli Stati Uniti ha sempre funzionato da indicatore di credibilità sistemica per chi puntava a governare.
«Un’alleanza transatlantica capace di reggere la complessità del mondo attuale ha bisogno di essere riequilibrata, non indebolita», ha detto Piero Fassino, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera e figura di riferimento della tradizione riformista. Stefano Graziano, parlamentare dem che segue da vicino il dossier internazionale, ha tenuto a tracciare una distinzione che il partito considera non negoziabile: altro è Trump, altro sono gli Stati Uniti. Il legame storico tra Italia e America non viene messo in discussione; quello che si vuole riattivare è il canale con la sua componente democratica e progressista.
C’è infine una dimensione competitiva che sarebbe ingenuo non vedere. Meloni ha edificato buona parte della sua statura internazionale sul rapporto privilegiato con il mondo conservatore americano e sulla interlocuzione diretta con Trump. Il Pd non intende inseguirla su quel terreno, ma vuole presidiare lo spazio che si aprirebbe in caso di cambiamento di scenario. La scommessa di Schlein è di più lungo respiro: formare una classe dirigente capace di muoversi con la stessa disinvoltura a Roma, a Bruxelles e a Washington, qualunque cosa accada alla Casa Bianca.





