Politica

Una lettera aperta (di cinque anni fa) ai candidati e ai candidabili a sindaco di Roma…

18
Maggio 2021
Di Daniele Capezzone
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Il 17 maggio del 2016 scrissi una lettera aperta ai candidati (e ai candidabili) alla carica di sindaco di Roma.

Sicuramente per l’irrilevanza di chi la scriveva, nessuno trovò il tempo di rispondere, né direttamente né indirettamente.

Ne riporto qui alcuni passaggi, perché (com’era fin troppo facile prevedere), trascorsi cinque anni, i problemi sono rimasti gli stessi, pari pari.

“Oltre a partecipare a questo reality-tv show permanente, sarebbe auspicabile che i candidati ai maggiori incarichi pubblici elettivi facessero un minimo di sforzo sui contenuti. E dicessero agli elettori non cinquanta, ma tre-quattro cose di fondo. Nessuno di noi è così ingenuo da ritenere che sarà o sarebbe davvero in grado di realizzarle. Ma almeno sarebbe utile (mettiamola così: quanto meno ai fini del “televoto” per questa versione politica di “X-factor”) sapere per cosa/da cosa/con cosa ogni aspirante “talento” intenda caratterizzarsi. 

Mi spiego con un esempio. Roma è la città capitale d’Italia. Non la faccio lunga: la mia idea su come Roma sia stata amministrata nella Prima e nella Seconda Repubblica me la sono fatta (vivo da sempre a Roma e non guido) in circa 30 anni da abbonato ai mezzi pubblici. Sintetizzerei così, rubando un’espressione al grande Antonio Martino: servizi africani e tasse scandinave. Una città allo sbando: traffico fuori controllo; strade devastate; ville e giardini in semiabbandono; sporcizia ovunque; sicurezza affidata allo “stellone” (oltre che all’abnegazione delle forze dell’ordine); totale assenza di un “progetto” di sviluppo (economico, urbanistico, infrastrutturale); illegalità diffusa; bilancio sfondato; un esercito spaventoso di 23 mila dipendenti del Comune. Può bastare? 

No, non basta. Aggiungo che la municipalizzata dei trasporti, l’Atac, ha (tenetevi forte) 2 miliardi di buco, e quella dei rifiuti, l’Ama, circa 600 milioni. 

Dinanzi a ciò, e giuro che non si tratta di un mio scherzo, i maggiori candidati (inutile abbinare nomi e cognomi a ciascuna delle seguenti sortite: mi limito a citare fior da fiore…) hanno avanzato nelle scorse settimane le seguenti proposte:

-funivie antitraffico;

-inversione del senso di marcia delle corsie preferenziali;

-aumento di stipendio di 3-400 euro per i 23mila dipendenti del Comune;

-taglie anticorruzione;

-supervisione delle liste elettorali dalla Commissione parlamentare antimafia (e non so da quale altro “Consiglio dei Guardiani”);

-un’utile informazione sul cambio di auto da parte di un candidato quando si trova sul Raccordo Anulare, scendendo da una troppo appariscente Ferrari e salendo su un’utilitaria;

-una pubblicità elettorale che evoca un verso di Pasolini (il quale non può difendersi…): “e tu invece splendi, Roma”.

Di tutta evidenza, siamo all’incrocio tra il surreale e il ridicolo. 

Per tentare disperatamente di andare su cose serie e concrete, propongo un quiz semplice semplice: dica il candidato se, rispetto alle municipalizzate (tutte, non solo alcune; tutte, non solo quelle meno rilevanti; senza perifrasi, senza circonlocuzioni, senza attorcigliamenti), è disponibile ad affermare: mettiamo tutto a gara, e mai più servizi “in house” forniti dal Comune, ma solo libera competizione tra offerte migliori per il bene del cittadino.  

Questo è il piccolo sogno (o l’illusione) di chi vuole bene a Roma e alle idee liberali. 

In mancanza di una risposta seria, poi non ci si sorprenda se gli elettori più saggi dovessero scegliere l’astensione…”.