Politica

Sul ddl Zan una mediazione ragionevole può solo far bene a tutti.

30
Giugno 2021
Di Daniele Capezzone
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Si terrà oggi, mercoledì, l’attesa riunione del cosiddetto tavolo di confronto sul ddl Zan tra le forze di maggioranza (che tutte hanno accettato l’invito) convocato dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, il leghista Andrea Ostellari. Dall’esito di quella riunione capiremo se c’è lo spazio per una trattativa volta a modificare il testo o se invece si andrà al muro contro muro in Aula.

Chi scrive, da liberale, ha sempre sollevato obiezioni in particolare sull’articolo 4 della legge, come pure su alcuni aspetti dell’1 e del 7. Ci verremo tra poco: e in effetti, con un minimo di buona volontà e senza dogmatismi, sarebbe agevole trovare un accordo che salvi la parte anti-discriminazioni della legge e tagli fuori alcune forzature francamente illiberali e ideologiche.

Quali sono i punti controversi? Essenzialmente tre. All’articolo 1 la cosiddetta “identità di genere”, definita come “l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso”. Insomma, si apre la strada a una sorta di assai discutibile autopercezione, o allo sdoganamento della valenza giuridica di tale autopercezione. E’ poi assolutamente irricevibile e illiberale l’art. 4, paradossalmente nato per proteggere il free speech, e che invece consegna la libertà d’espressione allo scrutinio di un giudice, visto che, dopo aver affermato la protezione della libera espressione delle opinioni, aggiunge un surreale “purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”. In altre parole, sarebbe in ultima analisi un magistrato a stabilire il confine tra free speech e istigazione. E infine c’è il contestatissimo art. 7, quello che, nella istituenda giornata nazionale contro omofobia-lesbofobia-bifobia-transfobia, prevede incontri a scuola dai contenuti e dagli esiti tutti da scoprire.

Che fare, dunque? Prescindiamo per un istante dai controversi contenuti del ddl e concentriamoci sulla pura tecnicalità parlamentare. Se si fosse – che so – negli ultimi due mesi della legislatura, i sostenitori dell’attuale testo Zan avrebbero delle ragioni, dal loro punto di vista, a temere eventuali modifiche al Senato: in quel caso, infatti, dovendo poi il testo tornare alla Camera, non si sarebbe affatto certi di riuscire a giungere in tempo all’approvazione definitiva della legge. Dunque: un ipotetico colpo di mano giallorosso al Senato, pur discutibilissimo sul piano politico e civile, avrebbe un senso, tatticamente parlando. 

Ma poiché, quasi certamente, mancano quasi due anni a fine legislatura, l’impuntatura dei pasdaran dell’immodificabilità del testo è assolutamente ingiustificabile, un mix di prepotenza e infantilismo politico.

Di più: se si desse retta alla linea contraria a qualunque modifica, i due esiti possibili di questa assurda impuntatura sarebbero proprio improntati o alla prepotenza (la legge passa così com’è, ma solo per il rotto della cuffia, creando una divisione difficilmente riparabile nella maggioranza) o all’infantilismo politico (la legge viene affossata a voto segreto, compromettendo anche la possibilità di una larghissima convergenza su un testo ripulito dai punti controversi contenuti agli articoli 1, 4 e 7).

A ben vedere, basterebbe un po’ di ragionevolezza, da parte dei difensori del testo Zan, per accettare modifiche di buon senso e arrivare a un’approvazione celere di un testo condiviso. Se non lo faranno, commetteranno un errore grave, che non rimarrà senza conseguenze sia in caso di successo della forzatura a Palazzo Madama sia in caso di incidente (tutt’altro che improbabile, a quel punto) nel voto segreto.