Politica

Appunti di lettura (o di rilettura) per i neonominati ministri

16
Febbraio 2021
Di Daniele Capezzone
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Con i doverosi auguri di buon lavoro, ci permettiamo di rivolgere ai neonominati ministri un invito alla lettura (auspicabilmente, alla rilettura).

Ogni tanto, infatti, proprio quando si è incalzati dal “presentismo”, è opportuno uscire dall’angustia dell’attualità, entrare nella grande dimensione classica, ritrovare un respiro da troppo tempo perduto, e quindi reimmergersi nell’oggi cercando di non smarrire l’ispirazione delle grandi voci del passato.

Un ripasso obbligato per chiunque voglia riflettere sull’organizzazione di una società, sul rapporto tra stato e cittadino, sul senso di una costituzione e delle leggi, è quella dei Federalist Papers, gli ottantacinque articoli (in realtà si tratta di saggi illuminanti) che furono pubblicati con lo pseudonimo “Publius” per convincere i membri dell’assemblea dello stato di New York a ratificare la Costituzione americana.

Gli autori erano tre giganti: Madison (poi segretario di stato e presidente), Jay (giudice capo) e Hamilton (segretario al tesoro).

Mi guardo bene dal tentare qui una sintesi. Mi limito semmai a evocare tre saggi, a mio avviso tuttora illuminanti, ad alcune centinaia di anni di distanza, se solo fossimo capaci di tornare ai “fondamentali”, superando il retroscena, la battuta superficiale, il tweet compulsivo, le emozioni pret-à-porter.

Il paper 10, di Madison, punta a dimostrare che l’unione, la federazione, è il miglior modo per controllare gli scontri e la violenza delle fazioni. Il cuore del paper, a mio modo di vedere, sta in questo punto: è naturale che una società sia divisa in fazioni (oggi diremmo: in interessi costituiti, gruppi di interesse, ecc.), e tutto ciò è fisiologico, perché la diversità e la divisione sono seminate nella natura stessa degli uomini. Puoi forse rimuoverne la causa, sradicando la libertà e imponendo a tutti le medesime scelte e organizzazioni? No, sarebbe una soluzione autoritaria: meglio allora controllare gli effetti della divisione e della diversità, stabilire la giusta “distanza” (né troppo vicino, né troppo lontano) tra governi e cittadini, precisando cosa debba essere “locale” e cosa “federale”, e ricordare – quindi – che non esiste un unico “popolo”, ma gruppi e nuclei diversi di cittadini. E la buona politica sta nel regolare il confronto tra fazioni, e trovare un bilanciamento di lungo termine tra interessi diversi in una società differenziata.

Il paper 51, sempre di Madison, andrebbe tradotto in italiano, affisso in ogni tribunale, ufficio pubblico, sede istituzionale, e possibilmente imparato a memoria. I tre poteri (il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario) devono sempre scaturire dal popolo, dai cittadini. E occorre che siano assolutamente separati. Non siamo governati da angeli: a volte, semmai, dal contrario degli angeli. E allora la prima medicina è la limitazione del potere, la logica dei pesi e contrappesi (checks and balances), e la prevenzione di ogni sovrapposizione tra di loro. Sta qui la chiave per prevenire torsioni illiberali. E sta qui – a me pare – il cuore liberale del cosituzionalismo americano. Alcuni pensatori (lo ha scritto anni fa in modo mirabile David Brooks) hanno trasfuso il loro sano scetticismo sulla natura umana in un ancora più sano scetticismo istituzionale, puntando a evitare prevaricazioni dello stato verso i cittadini.

E infine il paper 84, di Hamilton. Qui occorre un minimo di contestualizzazione. Hamilton vuole spiegare perché, a suo avviso, la Costituzione sia sufficiente, e non occorra in aggiunta un “Bill of rights”. Le pagine di Hamilton sono di una bellezza mirabile, una sintesi unica di razionalità e trasporto appassionato: un’elencazione puntuale di diritti non serve, perché la salvaguardia dagli abusi del potere è già nella Costituzione. Peggio ancora: elencare in modo dettagliato alcuni diritti potrebbe far pensare che il cittadino possa godere solo di quelli, o addirittura lasciar intendere che il potere sia autorizzato a limitarli e conculcarli. Siamo al cuore di una filosofia, e non solo di un costituzionalismo liberale: il cittadino non è libero di fare solo ciò che è esplicitamente indicato da costituzione e leggi; al contrario, è libero di fare tutto tranne ciò che sia esplicitamente vietato. E’ un approccio opposto sia rispetto agli autoritari illiberali sia rispetto ai progressisti illiberali, quelli che rivendicano una sequenza di “diritti”, anziché battersi per un generale riconoscimento delle libertà pre-esistenti.

E’ uno spartiacque sottile ma decisivo. I progressisti illiberali (o anche semplicemente a-liberali) vogliono in genere una legge in più, un intervento dello stato in più, una codificazione in più. I liberali dovrebbero invece battersi per una legge in meno, per un intervento dello stato in meno, per non “codificare” e “regolamentare” ciò che già appartiene all’individuo e al libero dispiegarsi della sua volontà. Se una cosa non è ancora regolata, non dovrebbe essere considerata illegale: ma semplicemente “libera”. Concetto che sfugge sia agli autoritari sia ad alcuni “progressisti”.

Sono due mondi diversi: chi, in ultima analisi, finisce per limitare l’individuo, e chi, al contrario, da liberale, punta a limitare lo stato. Temi di assoluta attualità anche nel nostro ancora incerto 2021.

Photo Credits: Governo.it