Politica

Più o meno politica? Il nocciolo della questione che i partiti devono risolvere

18
Gennaio 2022
Di Daniele Capezzone
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Non occorre il genio di Graham Greene per capire che a un certo punto, dopo tante discussioni e dopo tanti affanni, si arriva al cuore del problema, al nocciolo della questione, all’”heart of the matter”. La politica è fatta – oltre che di rapporti di forza e di ambizioni umane, di gelosie e di tradimenti – anche di convinzioni, di principii, o, anche per chi non è abituato (in Italia accade spesso) a far discendere le scelte concrete da punti di riferimento teorici, per lo meno da istinti. Sì, avete letto bene: istinti, propensioni, attitudini.

E le crisi hanno la caratteristica di svelare quegli istinti, quelle propensioni, quelle attitudini: per definizione i momenti critici evidenziano le radici della persona chiamata a misurarsi con le decisioni, mettono a nudo la sua natura fondamentalmente liberale o illiberale, tollerante o intollerante, pragmatica o dogmatica, induttiva o deduttiva.

Ecco, il biennio ’20-’22, tra tanti disastri, ci ha chiarito (per il presente e per il futuro) il “cuore del problema” italiano, il dilemma a cui saremo esposti molto a lungo, ben al di là della vicenda pandemica: vogliamo più libertà o più protezione? Vogliamo una latitudine minore o maggiore dell’intervento statale? Vogliamo ridurre o estendere il perimetro della decisione pubblica (e dunque politica)?

Chi scrive, com’è noto, propende sempre per la prima opzione, fedele alla tesi secondo cui – auspicabilmente e nei limiti del possibile – lo stato dovrebbe “leave us alone”, lasciarci in pace. Ma ovviamente rispetto, pur contrastandola, la visione opposta.

Attenzione, però. Il dilemma è destinato a riproporsi in futuro su altri terreni e in altre partite: in primo luogo, in economia. A volte riproponendo i medesimi schieramenti: nella sinistra tradizionale, ad esempio, ci sono elevate probabilità di trovare persone ugualmente favorevoli a enormi restrizioni e approcci “chiusuristi” rispetto alla pandemia, e a approcci iperstatalisti e interventisti in economia. Da questo punto di vista, se non la compattezza ideologica, per lo meno l’integrità degli “istinti” è salva a sinistra. E a destra? Molti – oggi – rumoreggiano contro l’eccesso di decisione politica, il lockdown di fatto, l’esagerata intromissione nelle nostre vite da parte della mano pubblica. Ma manterranno lo stesso atteggiamento, se e quando fossero chiamati a governare, davanti ai dossier economici? O riterranno – in quel caso – che tocchi allo stato pianificare, dirigere, gestire? È qui che la destra dovrebbe iniziare una discussione aperta: che sarebbe tanto più feconda quanto più fosse franca e sincera.

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