Politica
L’Agenzia europea delle dogane va a Lille: Roma aveva tutto, ma ha perso
Di Giampiero Cinelli
Ci sono gare che si perdono anche quando i valori in campo sono completamente sbilanciati a proprio favore, e in cui non vince il più bravo ma chi ottiene punti a tavolino con logiche compiacenti. È quello che è accaduto nella competizione tra Roma e Lille per ospitare la sede della nuova Agenzia doganale europea. Roma aveva tutto, ma ha perso.
Era considerata, e lo era da chiunque fosse stato chiamato a giudicarla da un punto di vista tecnico, il luogo naturale dove far nascere l’Euca. La vicinanza ai futuri uffici dell’aeroporto di Fiumicino – uno scalo globale con rotte verso tutte le destinazioni mondiali e 50 milioni di passeggeri l’anno – era solo uno dei punti di forza. Roma poteva offrire una comunità internazionale ampia e qualificata, con istituzioni globali come la Fao e il World Food Programme, tre ambasciate per ogni Paese, dodici scuole internazionali per i figli dei dipendenti e università di livello globale. Gli uffici sarebbero stati collocati in un complesso modernista nel quartiere dell’Eur, con spazi capaci di accogliere fino a 500 dipendenti, in comodato d’uso gratuito a tempo indeterminato con tutti i costi – arredamento, allestimenti, manutenzione e utenze – a carico dello Stato italiano.
Lille, la città vincitrice, ha offerto di coprire le spese per soli nove anni, scaricandole poi sui cittadini europei. E non ha nessuna delle caratteristiche che avrebbero fatto di Roma un posto unico dove far nascere e dare il giusto rilievo all’Autorità doganale.
Lo squilibrio
La ragione principale che ha portato alla scelta di Lille è la logica ormai stantia degli accordi intergovernativi spartitori tra nazioni che esprimono forza nelle sedi comunitarie per celare debolezza politica e fragilità economica. Francia e Germania, con l’appoggio di Paesi considerati vicini, riescono a determinare la geografia delle sedi delle istituzioni europee escludendo sistematicamente non solo capitali come Roma, già esclusa quando l’authority anti-riciclaggio passò da Londra a Francoforte nonostante una candidatura valida, ma anche i Paesi dell’Europa dell’Est. Roma è l’unica grande capitale europea, se si eccettua il caso particolare di Berlino, a non ospitare nessuna autorità europea.
Vale la pena citare le parole di Dirk Gotink, relatore del Parlamento europeo per la riforma doganale: «Penso che in futuro l’Europa dovrebbe tenere presente che il suo centro non è un’area con un raggio di 300 chilometri tra Amsterdam, Francoforte e Lille. L’Europa in realtà si estende per 2.000 chilometri, ed è importante che anche le altre regioni e aree del continente si sentano connesse e rappresentate. Ancora più importante, è fondamentale che esse contribuiscano con le loro competenze e la loro eccellenza a rendere l’Europa più forte». Scegliere Roma, che tutte le caratteristiche elencate da Gotink le aveva, non avrebbe fatto bene solo alla città ma all’Europa intera. E avrebbe fatto passare il messaggio che le istituzioni non sono un affare riservato ad alcune nazioni. Una stortura istituzionale che andrebbe corretta.
Il percorso fatto dall’Italia
La candidatura di Roma era stata preceduta da un percorso istituzionale che aveva coinvolto il Consiglio dei Ministri, il quale aveva dato il via libera ufficiale alla proposta di ospitare l’Euca, l’Autorità doganale europea prevista dalla riforma del Codice doganale Ue, destinata a diventare un pilastro strategico nella gestione, nel controllo e nella sicurezza dei flussi commerciali europei. Al cuore del progetto c’è il nuovo Data Hub europeo, una piattaforma digitale avanzata per l’individuazione in tempo reale delle merci pericolose o sospette, pensata per superare le differenze nazionali e rafforzare la capacità di prevenzione e intervento delle dogane dei Ventisette.
L’Italia si era presentata alla competizione con credenziali solide. Il direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli Roberto Alesse aveva accolto la candidatura sottolineando che «grazie all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli siamo protagonisti a livello europeo di uno dei più avanzati processi di digitalizzazione delle procedure di controllo e rappresentiamo una delle amministrazioni doganali più solide e all’avanguardia». L’ADM negli ultimi anni aveva già adottato sistemi digitali per i controlli, la tracciabilità e la cooperazione con le autorità europee, costruendo un modello di integrazione tra analisi dei dati, controlli a rischio e intelligenza artificiale applicata ai flussi commerciali che anticipava di fatto la logica stessa del Data Hub. Una candidatura, insomma, che non era solo geograficamente e logisticamente fondata, ma tecnologicamente già pronta.





