Politica

Cosa rischia l’Italia sul fronte dei migranti

07
Luglio 2017
Di Redazione

La minaccia di chiudere i porti della penisola alle navi straniere (peraltro mai attuata) dopo mesi di accoglienza indiscriminata è l’emblema dell’impasse cha ha paralizzato l’esecutivo Gentiloni davanti all’emergenza migranti e all’indifferenza dei partner europei alle proprie richieste di aiuto.

Sintomatico in questo senso l’esito dell’incontro d’inizio settimana fra i ministri degli Interni d’Italia, Francia e Germania per coordinare un approccio concertato alla gestione del fenomeno e delle operazioni navali nel Canale di Sicilia che, di fatto, ha anticipato quello ufficiale svoltosi a Tallinn pochi giorni dopo, quando le delegazioni europee si sono trovate concordi nel rigettare la proposta di smistare i migranti verso altri paesi membri nonostante le promesse di “solidarietà” all’Italia. Nel mentre era di scena lo scontro con Vienna, dettasi pronta per ragioni d’opportunismo elettorale a schierare l’esercito al Brennero per fermare i migranti in arrivo dal confine italiano, dopo che già il presidente francese Macron aveva ribadito la sua posizione di chiusura all’accoglienza di nuovi migranti dal Belpaese.

Un tiepido sostegno politico e diplomatico al governo Gentiloni è giunto invece dalla Commissione Europea, benché il piano d’azione presentato da Bruxelles potrà ben poco per migliorare la situazione dell’Italia: è infatti bene ricordare che è il Consiglio, dominato dagli stati membri, l’organo che prende le (poche) decisioni strategiche in Europa. Non la Commissione. Nella gestione dell’emergenza migranti, Roma è probabilmente vittima di un gap culturale nei confronti dei partner europei le cui radici affondano nel ritardo con cui il nostro paese venne ammesso agli accordi di Schengen.

Nati con lo scopo di dar vita a uno spazio continentale privo di frontiere, gli accordi prevedevano la chiusura dei confini esterni, attribuendo speciali responsabilità agli Stati che avrebbero dovuto farsi carico del loro presidio. Entrarono in vigore nel 1995 ma l’Italia ne fu ammessa soltanto nel 1997, dopo l’adozione del Sistema informativo Schengen e soprattutto il superamento della legge Martelli, riformata dalla Turco-Napolitano, poiché reputata sprovvista di sufficienti garanzie sul fronte immigrazione dai paesi che ne facevano già parte. Ed è proprio per questo motivo che una politica di apertura indiscriminata delle frontiere come quella invocata dal Vaticano e da diversi esponenti del mondo politico non appare raccomandabile: non soltanto per i gravi pericoli di tenuta sociale interna, ma soprattutto perché provocherebbe un’insostenibile intensificazione dei flussi che potrebbe spingere più di un partner europeo a prendere in considerazione l’espulsione dell’Italia da Schengen. Di certo c’è che l’immigrazione e la sicurezza saranno i temi su cui si giocheranno le prossime elezioni, con la sinistra che non ha una linea condivisa né la forza di farla accettare dagli elettori, mentre Lega e Cinquestelle paiono pronti a incrementare facilmente i propri consensi sull’onda della paura.

 

Alberto de Sanctis

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