News

Usa: midterm, Trump promette soldi in cambio di voti

10
Settembre 2026
Di Giampiero Gramaglia

Donald Trump prova a comprare – letteralmente – i voti degli americani alle elezioni di midterm previste il 3 novembre: se i repubblicani manterranno il controllo della Camera e del Senato, e lui quindi non diventerà una ‘anatra zoppa’ nella seconda metà del secondo mandato, darà 5000 dollari a ogni cittadino adulto. Costo stimato dell’operazione, intorno ai 1.500 miliardi di dollari.

Ovviamente, Trump non ha specificato come e quando tutto ciò avverrà e come si procurerà i soldi. Secondo Axios, il magnate presidente progetta, inoltre, di fare avere agli americani, prima del voto, 500 dollari ciascuno di risparmi ricavati dalle spese sanitarie dell’Obamacare, la copertura sanitaria per i meno abbienti varata sotto la presidenza di Barack Obama. Trump, di fatto, lesina l’assistenza a vecchietti mal messi e a famiglie in difficoltà per ingraziarsi elettori incerti – e piuttosto venali -.

La promessa, che sarebbe inverosimile, se non venisse da Trump, è stata fatta ieri sera nel discorso di apertura della convention repubblicana straordinaria di Dallas, che si conclude oggi. Trump è l’indiscusso protagonista della kermesse elettorale, che è del tutto eccezionale – i partiti Usa fanno di solito le loro convention solo negli anni delle presidenziali –. L’obiettivo della ‘Trumpalooza’, com’è stata ribattezzata, è galvanizzare un elettorato repubblicano abbacchiato proprio dalle scelte del presidente – tipo, la guerra all’Iran – e dagli effetti delle sue scelte – tipo, l’aumento del prezzo della benzina -.

Quanto alla fine della guerra e al prezzo della benzina, Trump le ha sparate meno grosse: la guerra non finirà prima delle elezioni; e il prezzo del petrolio, che nella sola giornata di ieri è salito del 3% in media – dato Ap -, scenderà, ma probabilmente solo dopo il voto. Del resto, fin quando Usa e Iran si scambiano tiri incrociati su petroliere e porta-container nello Stretto di Hormuz non c’è modo che i costi del greggio, risaliti ieri sopra i 100 dollari al barile per la prima volta dal luglio scorso, scendano.

Trump s’è posto al centro dell’evento di Dallas: lungo discorso d’auto-celebrazione in apertura, ieri; discorso di chiusura, oggi. E l’invito agli elettori ad andare a votare come se ci fosse il suo nome sulla scheda (il che non è detto che oggi funzioni da talismano). L’entusiasmo, però, non era di casa a Dallas, ieri, almeno a quanto riferiscono colleghi presenti: i sondaggi dicono che il presidente è impopolare e che i democratici possono prendere il controllo della Camera e, forse, ma è difficile, pure del Senato.

Di sicuro l’entusiasmo non l’ha suscitato il sorprendente video-messaggio d’un senatore democratico della Pennsylvania, John Fetterman, un tipo strambo fin dalla sua elezione, che aveva – il giudizio è del New York Times – “la forza di persuasione di un telegiornale nord-coreano”. Il voltafaccia ha comunque colto di sorpresa e indispettito la leadership democratica: Fetterman, che s’è detto pronto a lavorare con Trump, s’era distaccato negli ultimi tempi dal partito democratico ed era apparso insofferente del suo lavoro.

Con la convention di Dallas e le promesse di Trump, aprono stamane molti dei principali media Usa. Il New York Times, però, punta su tensioni finanziarie che starebbero delineandosi tra europei e ucraini: Kiev dice di avere bisogno di altri 27 miliardi di dollari di aiuti, dopo avere già ricevuto centinaia di miliardi di euro a vario titolo; Bruxelles vuole sapere perché.

La richiesta venuta dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky è – scrive il NYT – “un forte monito ai costi della guerra che aumentano e costituisce una sfida per l’Europa”. C’è, invece, relativamente poca emozione per il drone, forse russo e forse ‘smarrito’, che ha ritardato il decollo dalla Moldavia dell’aereo che doveva portare Zelensky ai funerali a Oslo del re di Norvegia Harald. Per i media Usa non è chiaro se e in che misura Zelensky sia mai stato in pericolo.

Fronte Ira, Wall Street Journal e Cnn concordano nel valutare che “gli attacchi incrociati americani e iraniani su petroliere nello Stretto di Hormuz segnalano che la guerra è entrata in una nuova fase” pericolosa per i rischi di escalation e costosa per l’impatto sul petrolio. Per il WSJ, “minacciando unità della US Navy, l’Iran mostra di non temere l’escalation: le forze di Teheran prendono di mira navi americane come non avevano mai fatto dall’inizio del conflitto”.

La Cnn ha un reportage dallo Stretto di Hormuz e in particolare dall’isoletta di Perim, che potrebbe rivelarsi cruciale per gli approvvigionamenti petroliferi di mezzo mondo e che è ormai divenuta “obiettivo strategico nella guerra che torna a intensificarsi e ad ampliarsi”. Ieri, sono stati segnalati attacchi degli Usa sul sud dell’Iran, con vittime, mentre fonti iraniane parlano di aerei americani colpiti al suolo in Giordania.

Articoli Correlati