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Usa: pena di morte, fucilazione in diretta streaming, ordina il Pentagono
Di Giampiero Gramaglia
Dal Pentagono, viene una notizia che appartiene più alle cronache del Medio Evo coi roghi delle streghe sulle pubbliche piazze che al nostro millennio: il 3 dicembre, la fucilazione di un militare condannato a morte per aver ucciso, in un atto di terrorismo, il 5 novembre 2009, 13 suoi commilitoni sarà trasmessa in diretta streaming e potrà, quindi, essere vista da chiunque in tutto il Mondo.
Lo ha deciso il segretario alla Guerra Pete Hegseth. La fucilazione, la prima dal 1961 di un militare condannato alla pena capitale, avverrà a Fort Hood, in Texas, la stessa base dove Nidal Malik Hasan, un maggiore dell’Esercito, psichiatra, musulmano radicalizzato, compì la strage. Ci furono anche 32 feriti.
La fucilazione in diretta streaming è -fin qui– la massima espressione del Medio Evo etico in cui Donald Trump e la sua Amministrazione hanno precipitato l’America – o di cui forse sono, a loro volta, il prodotto -. Hegseth è un ex commentatore della Fox, dopo essere stato un capitano dell’esercito, noto per l’abuso di alcol e gli abusi sulle donne.
La decisione di eseguire la fucilazione sulla piazza mediatica planetaria cade pochi giorni dopo che, in Tennessee, l’esecuzione con iniezione letale di Christa Pike, una donna di 50 anni che, quando ne aveva 18, torturò e uccise con dei complici una compagna di scuola, è fallita, nonostante due tentativi.
Mentre i media rivelano tutta una serie di problemi con le iniezioni letali in altri Stati, non solo nel Tennessee, si discute se, legalmente, Christa, che nel frattempo è uscita dal coma e, pur confusa, ha ripreso a parlare, possa e/o debba essere di nuovo rimessa a morte o se la pena vada commutata nell’ergastolo. Dopo il risveglio dal coma, Christa – ha raccontato il suo avvocato – ha chiesto “dove sono?” e “chi siete?” alle persone inforno a lei.
L’indignazione suscitata, sui principali media, dalle novità sulla pena di morte fa passare in secondo piano, nell’attualità statunitense, l’incertezza sugli sviluppi della guerra all’Iran. Secondo il New York Times, il Pentagono ha predisposto nuovi piani per colpire con tre giorni d’intensi bombardamenti l’Iran, ma il presidente Donald Trump esita a dare l’ordine di attuarli.
Anzi, ieri, in un post, Trump ha ribadito che gli attacchi all’Iran non riprenderanno prima delle elezioni di midterm, il 3 novembre. C’è l’impressione che il presidente voglia essere pronto a coprire con la ripresa dei bombardamenti il clamore mediatico di una eventuale sconfitta repubblicana – e, quindi, sua – alle urne.
Nell’attesa, la Casa Bianca parla di “negoziati produttivi”, sempre indiretti, tra Washington e Teheran, mentre Washington Post e Wall Street Journal segnalano, invece, una ripresa d’intensità delle ostilità nello Stretto di Hormuz e nello Yemen. I ribelli sciiti filo-iraniani, gli Huthi, hanno attaccato per il secondo giorno consecutivo l’aeroporto di Riad, che, secondo quanto riferiscono testimoni alla Ap, è stato evacuato – le esplosioni sono state udite anche nella capitale saudita -. Gli attacchi degli Huthi hanno fatto morti e feriti.
Per il WP, l’Iran, intensificando le azioni nello Stretto di Hormuz, vuole fare pressioni perché i negoziati si sblocchino: “Gli approvvigionamenti di petrolio – scrive il giornale – hanno subito un rallentamento e l’insicurezza nello Stretto è tornata su livelli senza simili da mesi proprio quando il presidente vantava il ritorno alla normalità del traffico…”:
Per il WSJ, l’Iran e gli Huthi provano a riprendere il sopravvento nel conflitto con ondate di attacchi nello Stretto di Hormuz e lungo le coste del Mar Rosso: “I prezzi del greggio sono bruscamente risaliti appena Teheran ha di nuovo colpito nello Stretto e gli insorti hanno fatto piovere missili su Riad”.
Il risultato della contrazione delle forniture di petrolio dal Medio Oriente è che – titola sempre in prima il quotidiano economico – “le raffinerie statunitensi stanno facendo soldi a palate: produttori di benzina indipendenti come Valero Energy, Marathon Petroleum e Phillips 66 hanno battuto tutti i loro record di guadagni nel secondo trimestre 2026”.
Toni di festa, o almeno di sollievo, invece, per il rientro, ieri, alla base di San Diego, in California, della portaerei Abraham Lincoln, dopo la più lunga missione di guerra senza scalo mai sostenuta da un’unità della US Navy dopo il secondo conflitto mondiale: 265 giorni che hanno inciso sulle condizioni di vita materiali e sullo stato di salute mentale dell’equipaggio – oltre 5000 tra marinai, piloti e marines -.
La Lincoln, sulla via del ritorno dal Mare Arabico, aveva già fatto uno scalo in Thailandia. Dopo avere lasciato la California nel novembre del 2025, la portaerei ha attivamente partecipato alle operazioni di guerra contro l’Iran e poi al blocco navale dei porti iraniani.





