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Trump: re Carlo III impartisce lezioni di democrazia al magnate presidente
Di Giampiero Gramaglia
Le ‘lezioni di democrazia sottilmente impartite’ da un re a un presidente hanno ieri segnato l’attualità statunitense, relegando in secondo piano i principali sviluppi della guerra all’Iran, con il corollario della decisione degli Emirati arabi uniti di lasciare l’Opec, e anche i seguiti delle vertenze giudiziarie aperte dal presidente Donald Trump contro i suoi nemici – protagonista di questa puntata è la famiglia Comey: il padre, James, ex direttore dell’Fbi, è stato di nuovo incriminato, dopo che un giudice s’era rifiutato di rinviarlo a giudizio, considerando le prove a suo carico inconsistenti; la figlia Maurene, che era stata licenziata dalla procura federale di New York, è stata reinsediata nel suo incarico perché la misura era abusiva -.
La visita a Washington di re Carlo III d’Inghilterra e i suoi discorsi al Congresso e alla cena di gala la sera alla Casa Bianca vengono scelti come tema principale da molti media Usa questa mattina: una visita intesa a ‘ricucire’ lo strappo nella ‘relazione privilegiata’ fra Usa e Gran Bretagna creato dalle decisioni di Trump e dalle reazioni del premier Keir Starmer.
L’occasione è il 250° anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti che è l’anniversario delle fino ad allora 13 colonie inglesi nella guerra di emancipazione dalla Gran Bretagna.
Ma re Carlo ha messo in filigrana nei suoi interventi sottili critiche al magnate presidente, dall’invito a mantenere il sostegno all’Ucraina all’elogio dell’equilibrio dei poteri dello Stato garantito da quei ‘checks and balances’ per cui Trump ha pochissimo rispetto.
I media americani e britannici lo mettono in evidenza, a volte con giochi di parole divertenti. La Fox, che di solito non scherza con Trump, prende spunto da un regalo fatto dal re al presidente e titola: “Dateci un anello”, ‘ring’, in inglese, giocando con l’assonanza con ‘king’, re, ed evocando in tal modo l’accusa a Trump di comportarsi come un re – donde il movimento di protesta ‘no kings’ -.
Carlo III ha anche respinto “gentilmente” – l’avverbio, come la citazione a inizio articolo sono del New York Times – al mittente gli attacchi di Trump al suo Paese e alla Nato e ha “sottilmente, ma efficacemente” – il virgolettato è della Cnn – messo in guardia l’America dai pericoli che corre la democrazia. Politico scrive: “Dove Trump vede due re, Carlo vede qualcos’altro”. I media rilevano come Carlo abbia sempre avuto cura di non nominare Trump, quando le sue parole potevano apparirne critiche, tenendo i discorsi sulle generali.
L’enfasi sulla visita del monarca britannico – la sua prima negli Stati Uniti da quando è re – coincide con una stasi nel conflitto con l’Iran: la tregua militare sostanzialmente tiene, fatto salvo quanto avviene in Libano; lo stallo diplomatico persiste; e lo Stretto di Hormuz resta chiuso, con pesanti ripercussioni economiche globali.
Acuite, quest’ultime, dalla decisione degli Emirati arabi uniti di lasciare l’Opec, cioè l’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio, e di fare ‘cavaliere solitario’: una mossa che evidenzia il contrasto tra gli Emirati e l’Arabia saudita, considerata la potenza sunnita egemone regionale, in antitesi all’Iran sciita -. L’Opec è stata oggetto di critiche
La frattura in seno all’Opec evoca ulteriori problemi per gli approvvigionamenti energetici di mezzo Mondo, in costanza di chiusura dello Stretto di Hormuz. Essa interviene proprio nel giorno in cui il prezzo della benzina alla pompa negli Usa tocca livelli medi record dalla primavera 2022, cioè da subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia: 4,18 dollari al gallone, con un balzo dell’1,6% in 24 ore. Tutti dati che suonano male per Trump e per le prospettive dei repubblicani nelle elezioni di midterm del 5 novembre. E tutti dati che possono indurre Trump a cercare di chiudere in fretta la guerra all’Iran: secondo Axios, il magnate presidente avrebbe chiesto alla sua intelligence di sondare come Teheran reagirebbe a una dichiarazione unilaterale di vittoria acquisita – non si sa bene a che titolo – e di cessazione delle ostilità.
Racconta una realtà diversa il Wall Street Journal, secondo cui Trump ha detto al suo staff di prepararsi a un prolungato blocco dei porti iraniani e, quindi, alla chiusura dello Stretto di Hormuz: lui, in realtà, vorrebbe una chiara rapida definitiva vittoria, ma nessuna delle opzioni in suo possesso gliela garantisce. Per il quotidiano economico, non solo gli Usa e l’Occidente sentono il peso e l’impatto della crisi energetica, ma anche gli iraniani sentono d’essere entrati in una spirale economica negativa per il loro Paese, che potrebbe rivelarsi letale: “Le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta e i prodotti alimentari sono sempre più inaccessibili” perché scarsi e molto cari.





