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Gemmato: «Stabilità, crescita e sanità: ora consolidare il lavoro fatto»

04
Settembre 2026
Di Alessandro Caruso

(Articolo di Alessandro Caruso pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

Oggi Bari ospita la manifestazione con cui il centrodestra celebra il record di longevità del governo Meloni. Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute e tra i principali artefici dell’iniziativa, legge il traguardo soprattutto attraverso i risultati economici e la stabilità raggiunta dal Paese. Dal rilancio del Mezzogiorno alla ZES unica, fino alla sanità, alle liste d’attesa e alla riforma della legislazione farmaceutica, Gemmato indica i dossier sui quali il governo intende concentrare l’ultima parte della legislatura.

Quali sono i risultati economici e sociali che secondo lei identificano davvero questa esperienza di governo?
«C’è un modo concreto per raccontare cosa significano questi quattro anni di governo: guardare ai risultati raggiunti e alla maggiore stabilità che ha accompagnato questa legislatura. Bari, il 4 settembre, non è la celebrazione di un numero di giorni. È la fotografia di un Paese che si sta riaffermando per credibilità e centralità anche a livello internazionale. Lo spread, che per anni ha misurato la sfiducia verso l’Italia, è sceso a livelli che non si vedevano dal 2008. E accanto alle stime macroeconomiche più positive, c’è un Mezzogiorno che cresce più della media nazionale, una filiera farmaceutica tra le principali in Europa, l’occupazione che torna a crescere. Non sono meriti da rivendicare come una bandiera, sono responsabilità che ci siamo assunti e che continuiamo a portare avanti».

Come si può tradurre la stabilità in un aumento della crescita?
«Partirei da una premessa: la stabilità crea le condizioni perché vi possa essere crescita. Chi investe ha bisogno di poter contare su un quadro politico stabile e prevedibile, che consenta di programmare le proprie scelte nel medio e lungo periodo. È questa continuità che permette a imprese e investitori di guardare non solo ai prossimi mesi, ma ai prossimi anni. Ed è così che si spiegano numeri come quelli della ZES unica per il Mezzogiorno, che in due anni ha autorizzato oltre 1.300 investimenti per circa 55 miliardi di euro: non è un incentivo isolato che ha funzionato, è un pezzo di un disegno più ampio che ha potuto reggersi proprio perché nessuno lo ha rimesso in discussione ogni sei mesi. La stabilità non è la meta e questo lo stiamo dimostrando da quattro anni a questa parte».

Lei ha sottolineato che la scelta di celebrare questo record a Bari deriva anche dai risultati ottenuti dal Mezzogiorno. In quali settori si è maggiormente ridotto il gap con il Nord?
«Quando si parla di Sud, in Italia, si è abituati per riflesso a parlare di ritardo. Io preferisco guardare a quello che sta effettivamente cambiando e soprattutto a cosa lo ha reso possibile: politiche nazionali strutturali, pensate per tutto il Mezzogiorno, hanno creato le condizioni perché un territorio come la Puglia potesse crescere. In Puglia il tasso di occupazione ha raggiunto il livello più alto degli ultimi anni, con Bari davanti a tutte le altre province, seguita da Lecce e Brindisi, mentre la disoccupazione è scesa in modo sensibile. Le esportazioni crescono, gli investimenti in opere pubbliche sono aumentati di oltre il 13% nell’ultimo anno grazie al PNRR e SVIMEZ certifica che oggi il Mezzogiorno cresce più della media nazionale, non meno. Restano ancora alcune criticità, ma la direzione è cambiata, grazie a una regia nazionale che ha finalmente guardato al Sud come priorità».

Quali sono i principali dossier economici che il Governo non può permettersi di lasciare incompiuti?
«Credo che la parola chiave debba essere continuità. Il Governo ha avuto il merito di riportare stabilità e credibilità nelle scelte economiche e ora deve utilizzare questa fase della legislatura per consolidare il lavoro fatto. Il primo dossier resta quello della crescita, che si riflette nella Manovra 2027, l’ultima prima delle elezioni. Dobbiamo continuare a sostenere imprese, lavoro e investimenti, rafforzando la competitività del sistema produttivo italiano. A questo si aggiungono la riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sui redditi, il rafforzamento delle politiche per il Mezzogiorno e la piena valorizzazione delle risorse del PNRR e dei fondi europei. Il secondo è la sostenibilità della sanità pubblica: proseguire la stagione degli investimenti straordinari al Fondo sanitario nazionale avviata dal Governo Meloni, che in soli tre anni ha aumentato le risorse di 18 miliardi di euro. E poi continuare a lavorare per l’operatività di tutte le Case di comunità; per la valorizzazione del personale sanitario; per un’assistenza di prossimità che sfrutti tutti i presidi territoriali, a partire dalle 20.000 farmacie pubbliche e private convenzionate presenti fin nel più piccolo borgo italiano, in sinergia con medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti. Senza dimenticare uno dei dossier a cui tengo di più e che infatti porterà il mio nome: il Testo Unico della legislazione farmaceutica, che riordina oltre 800 norme frammentate in più di 100 diversi provvedimenti, alcune risalenti al 1934 e al 1938. Una semplificazione normativa necessaria per garantire ai cittadini un accesso più rapido alle cure e per difendere una filiera industriale che oggi trascina l’export italiano».

Sulla sanità, in vista della legge di Bilancio, quali sono le priorità?
«La prima priorità è proseguire nel rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale. Il Governo Meloni ha già impresso una direzione chiara, aumentando progressivamente le risorse destinate alla sanità, ma oggi dobbiamo fare un passo ulteriore: trasformare queste risorse in servizi migliori e più facilmente accessibili. Le priorità sono quindi quelle su cui lavoriamo da tempo: mettere le Regioni nelle condizioni di ridurre le liste d’attesa, rafforzare il personale sanitario, potenziare la medicina territoriale e garantire una maggiore appropriatezza nell’utilizzo delle risorse con un maggior finanziamento del FSN. C’è poi un tema che considero strategico e che riguarda la prevenzione. Investire nella prevenzione significa intervenire prima che la malattia diventi più complessa e onerosa, in primo luogo per il paziente, ma anche per il SSN. La legge di Bilancio 2026 ha già previsto un rafforzamento importante dei programmi di prevenzione e diagnosi precoce e questa deve essere una direzione strutturale. L’obiettivo non è semplicemente spendere di più, ma spendere meglio. Ogni euro destinato alla sanità deve tradursi, per quanto possibile, in una prestazione più tempestiva, in una cura più appropriata e in un servizio più vicino al cittadino».

Sulle liste d’attesa avete appena varato il nuovo Piano nazionale 2026-2028. Qual è il risultato concreto e misurabile che vorreste lasciare ai cittadini entro la fine della legislatura?
«Il nuovo Piano nazionale di Governo delle liste di attesa 2026-2028 va nella direzione di una maggiore trasparenza e tracciabilità: monitorare i tempi, rendere confrontabili i dati e intervenire laddove emergono criticità sono le leve per superare le differenze territoriali e fare in modo che il diritto alla cura non dipenda dal luogo in cui si vive. In questo nuovo sistema tutti devono fare la loro parte, a partire dalle Regioni che sono chiamate a garantire gli standard previsti, così che il cittadino possa avere maggiore certezza dei tempi».

Come si rende di nuovo competitivo il lavoro nella sanità pubblica, soprattutto rispetto al privato e all’estero?
«Il personale sanitario è il cuore pulsante del Servizio Sanitario Nazionale. Possiamo costruire nuovi ospedali, investire in tecnologia e digitalizzazione, ma senza medici, infermieri e professionisti sanitari adeguatamente valorizzati nessuna riforma può funzionare. Per questo non basta parlare soltanto di assunzioni. Dobbiamo intervenire sulla valorizzazione professionale, sulle condizioni di lavoro, sulla possibilità di crescita e sulla riduzione del carico burocratico che troppo spesso sottrae tempo alla relazione con il paziente. Il Governo Meloni è già intervenuto sulle retribuzioni e sulle indennità, ma la competitività del lavoro pubblico richiede un’azione più ampia e strutturale. Dobbiamo rendere il SSN un luogo nel quale un giovane professionista possa scegliere di costruire il proprio futuro, senza essere spinto a cercare opportunità altrove. È una sfida che riguarda anche la formazione e la programmazione dei fabbisogni. Non possiamo più permetterci di inseguire le carenze quando si manifestano: dobbiamo anticiparle, programmando oggi i professionisti di cui il nostro sistema avrà bisogno domani».