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06
Aprile 2024
Di Redazione

Torniamo a parlare di Bari, ma stavolta non di vicende che davvero riguardino la città, per certi versi vittima incolpevole del fracasso mediatico, ma del “caso Bari” come ultimo capitolo della strategia di Giuseppe Conte verso il PD. 

Senza entrare in dettagli, la sintesi della vicenda è che in vista delle prossime elezioni Comunali il M5S ha prima accettato di partecipare alle primarie di coalizione, per poi tirarsene fuori non appena una nuova inchiesta ha lambito esponenti politici del PD. 

Giuseppe Conte non manca di confermare, anche in questa sua nuova veste di “Avvocato dell’opposizione”, una certa poliedricità politica che rasenta il paradosso, per non dire la presa in giro. 

Scoppia lo scandalo “Dossieropoli”, inteso come le migliaia di accessi illegittimi ai delicatissimi database della Procura Nazionale Antimafia allora guidata dal Sen. Cafiero De Raho (M5S) e Conte ribalta il tavolo parlando di “attacco all’Antimafia”. Il tutore della legalità che si fa scudo del concetto di “antimafia” per non analizzare le eventuali responsabilità di chi avrebbe dovuto quantomeno vigilare. 

Scoppia la 1a inchiesta su Bari, e Conte corre in città per difendere il sindaco Decaro, ma soprattutto il Presidente Emiliano e il capocorrente PD Boccia, quali primi sostenitori già da anni della necessità di coalizzare PD e M5S, magari sotto la guida dello stesso Conte. 

Scoppia la 2a inchiesta di Bari ed ecco la giravolta. Il PD non va più bene e non merita nemmeno di essere un avversario per le Primarie. Anzi, al contrario, il PD dovrebbe genuflettersi e contemporaneamente ritirare il suo candidato Vito Leccese per confluire in blocco su quello sostenuto da Conte, ovvero Michele Laforgia (magari con il plauso di qualche piddino infedele). 

“E’ la politica, di che ti stupisci?”, è il commento che immaginiamo sorgere nella mente di chi legge. Che sia la politica non c’è dubbio, ma quello che non comprendiamo è quando abbia smesso di farla il PD. 

Passi che sono ormai lontani i tempi della “vocazione maggioritaria” di Veltroni 2007, o i numeri da capogiro di Renzi 2014; passi anche che senza una coalizione più ampia una vittoria contro il centrodestra unito appare dai numeri praticamente impossibile; passi anche il concetto per cui il “Senior partner” di una coalizione debba fare dei sacrifici nei confronti del “Junior”. 

Passi tutto questo, ma sperando ci sia un limite. Sappiamo già che il PD manterrà un vantaggio alle elezioni europee complice il sistema di voto che premia il radicamento territoriale. Ma dopo? 

Davvero il più grande partito di centrosinistra pensa di poter andare avanti per altri 3 anni con questo atteggiamento passivo nei confronti del M5S? Davvero pensa di poter essere costantemente ricattato moralmente e politicamente in nome dell’agenda Scarpinato-DeRaho-Fatto Quotidiano di cui Conte non è che il megafono? 

Domande legittime per un partito che un tempo aspirava a vincere per sé, non per regalare la gloria ad altri.