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15
Dicembre 2023
Di Redazione

Ad aprile del 2011 andò in puntata una puntata dello (straordinario) programma di Pif, Il Testimone, dedicata a 2 giovani politici in ascesa nel panorama politico italiano: Matteo Renzi e Giorgia Meloni. 

12 anni dopo, leggere il programma di Atreju fa pensare ai “tempi d’oro” della Leopolda e riflette un’assonanza che perdura nei percorsi politici di entrambi (astenersi da giudizi affrettati e leggere fino in fondo, please). 

Sia Atreju sia la Leopolda sono nate come manifestazioni “di nicchia”: da un lato come momento di aggregazione del movimento giovanile del partito della destra italiana, dall’altro come espressione di potenza di un giovane leader in cerca di spazio nel più grande partito della sinistra italiana. 

Entrambe le manifestazioni sono nate con ospiti “minori”, non necessariamente espressione di una parte politica ma allargate a mondi come il giornalismo, la cultura e lo sport. 

Se ad Atreju l’ironia ha sempre avuto un grande spazio, alla Leopolda la misurazione del successo era maggiormente legata alla presenza di manager e imprenditori. 

Mano a mano che le rispettive leadership di Renzi e Meloni apparivano sempre più “inevitabili”, con il passare degli anni è cresciuto il livello delle presenze e delle sfere d’influenza, fino a rendere le 2 manifestazioni le rappresentazioni del potere politico in carica: Ministri, big della cultura e dell’economia, inevitabili questuanti. 

Ora che Atreju avviene in un momento di apice (o quasi) della carriera politica di Giorgia Meloni, l’insegnamento che ne potrebbe trarre la leadership del partito riguarda la gestione delle partecipazioni. 

Meglio evitare gli interventi di chi riveste ruoli “terzi” ma non resiste alla tentazione di approfittare di quel palco per ribadire la propria vicinanza alla destra. Meglio evitare chi ci tiene a voler apparire “più realista del Re”. Ora sono tutti “amici di Giorgia” da una vita, peccato che lei non se ne fosse mai accorta.