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New Space Economy: come lo spazio è diventato il nuovo terreno dello scontro tra grandi potenze

04
Giugno 2026
Di Gianni Pittella

La competizione spaziale del XXI secolo ha ormai superato la logica del prestigio ideologico che aveva caratterizzato la corsa allo spazio durante la Guerra Fredda, configurandosi come una dimensione centrale della competizione geopolitica, industriale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina. L’orbita terrestre e lo spazio cislunare rappresentano oggi infrastrutture strategiche dalle quali dipendono la proiezione di potenza militare, la sovranità digitale, la sicurezza delle comunicazioni e il controllo di mercati emergenti ad alto valore aggiunto. In tale contesto, la Space Economy è divenuta uno dei principali terreni di confronto tra le grandi potenze, integrando obiettivi economici, militari e normativi.

Questa trasformazione è stata accompagnata dal passaggio da un modello tradizionale, dominato dagli investimenti pubblici e da una domanda quasi esclusivamente governativa, a un ecosistema caratterizzato da una forte partecipazione del settore privato, dall’afflusso di capitali di rischio e dalla crescente commercializzazione delle attività spaziali. La cosiddetta New Space Economy si fonda infatti sulla riduzione dei costi di accesso all’orbita, sull’innovazione tecnologica e sulla capacità di generare servizi commerciali scalabili. Il principale vantaggio competitivo degli Stati Uniti deriva proprio dall’abbattimento del costo per chilogrammo di carico utile immesso nello spazio, reso possibile dall’introduzione di vettori riutilizzabili sviluppati da operatori privati come SpaceX. Tale innovazione ha modificato profondamente la struttura della catena del valore spaziale, spostando il baricentro economico dal segmento upstream, legato alla produzione di lanciatori e satelliti, verso il segmento downstream, costituito dall’elaborazione di dati satellitari, dall’analisi predittiva, dalla connettività globale a banda larga e dai servizi di posizionamento e sincronizzazione ad alta precisione.

Gli Stati Uniti hanno saputo valorizzare questa evoluzione attraverso un modello di partnership pubblico-privata particolarmente flessibile. Agenzie come la NASA e il Dipartimento della Difesa operano sempre più come clienti istituzionali di servizi commerciali, piuttosto che come finanziatori diretti dello sviluppo tecnologico. Le costellazioni satellitari private vengono progressivamente integrate nelle architetture di comunicazione, osservazione e supporto operativo delle forze armate statunitensi, secondo il paradigma della cosiddetta proliferated resilience, volto a garantire la continuità delle capacità spaziali anche in presenza di minacce cibernetiche o sistemi anti-satellite (ASAT).

La Cina ha reagito a questa evoluzione adottando una strategia fondata sulla dottrina della Fusione Civile-Militare. Pechino ha favorito la crescita di un ecosistema nazionale di imprese spaziali commerciali sostenute da consistenti investimenti pubblici e strettamente integrate con gli obiettivi strategici dello Stato. In questo quadro si collocano progetti come Guowang e Qianfan, destinati a costruire costellazioni satellitari sovrane capaci di competere con quelle occidentali. L’obiettivo non è esclusivamente economico, ma riguarda anche la sicurezza nazionale, il controllo delle infrastrutture digitali e il consolidamento della presenza cinese nelle orbite terrestri e nello spazio cislunare. La crescente competizione per l’occupazione degli slot orbitali e delle bande di frequenza disponibili riflette infatti la consapevolezza che il controllo delle infrastrutture spaziali rappresenterà un elemento decisivo della futura distribuzione del potere internazionale.

La frontiera strategica della New Space Economy si sta progressivamente spostando verso l’economia lunare e lo sfruttamento delle risorse in loco. In questo contesto, il programma statunitense Artemis e il progetto International Lunar Research Station (ILRS), promosso da Cina e Russia, rappresentano modelli alternativi di governance dell’esplorazione lunare. Particolare interesse riveste la presenza di acqua ghiacciata nelle regioni polari della Luna, considerata una risorsa essenziale per la produzione di ossigeno, acqua potabile e propellente destinato alle future missioni spaziali. Al contrario, altre risorse frequentemente richiamate nel dibattito pubblico, come l’Elio-3, mantengono per il momento un valore prevalentemente teorico e prospettico, in assenza di applicazioni industriali economicamente sostenibili.

In questo scenario di crescente competizione, l’Unione Europea si trova ad affrontare una significativa asimmetria strategica. Da un lato, dispone di programmi altamente competitivi come Galileo, che garantisce capacità autonome di navigazione satellitare, e Copernicus, considerato uno dei più avanzati sistemi di osservazione terrestre al mondo. Dall’altro, continua a soffrire una relativa debolezza nel finanziamento delle imprese innovative e nella capacità di sviluppare grandi operatori privati comparabili ai principali attori statunitensi. Dopo la crisi seguita all’interruzione della cooperazione con la Russia e ai ritardi accumulati nello sviluppo di Ariane 6, l’Europa ha progressivamente recuperato la propria capacità di accesso autonomo allo spazio grazie all’entrata in servizio operativa del nuovo lanciatore pesante e al ritorno in attività di Vega-C. Tuttavia, permane un significativo divario competitivo rispetto ai vettori riutilizzabili statunitensi, soprattutto in termini di costi e frequenza di lancio.

Per rafforzare la propria autonomia strategica, l’Unione Europea ha avviato il programma IRIS², una costellazione multi-orbitale destinata a fornire comunicazioni sicure sia alle istituzioni pubbliche sia agli utenti commerciali. Il progetto mira non soltanto a garantire la resilienza delle infrastrutture digitali europee, ma anche a sostenere la crescita della filiera industriale continentale. Rimangono tuttavia alcune criticità legate alla frammentazione della governance spaziale europea, caratterizzata dalla coesistenza tra le istituzioni dell’Unione e il modello intergovernativo dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), nel quale persistono logiche di ritorno geografico degli investimenti.

La crescente militarizzazione e commercializzazione delle attività spaziali evidenzia inoltre l’inadeguatezza dell’attuale quadro giuridico internazionale. L’Outer Space Treaty del 1967 continua a rappresentare il fondamento del diritto spaziale, ma non fornisce risposte adeguate alle questioni emergenti relative allo sfruttamento delle risorse extraterrestri, alla gestione del traffico spaziale e alla sostenibilità delle orbite. Gli Accordi Artemis promossi dagli Stati Uniti costituiscono oggi il più avanzato tentativo di definire standard operativi condivisi per le attività lunari, ma vengono interpretati dalla Cina come uno strumento volto a consolidare un vantaggio normativo occidentale. Parallelamente, la proliferazione delle megacostellazioni satellitari in orbita terrestre bassa accresce il rischio di congestione orbitale e di collisioni a catena, alimentando le preoccupazioni legate alla cosiddetta Sindrome di Kessler.

Per l’Unione Europea, la sfida della nuova era spaziale non consiste esclusivamente nel ridurre il divario tecnologico e industriale rispetto alle due superpotenze, ma anche nel valorizzare il proprio ruolo di potenza normativa globale. Attraverso la promozione di regole condivise sulla sostenibilità orbitale, sulla gestione del traffico spaziale e sull’utilizzo delle risorse extraterrestri, l’Europa può contribuire alla costruzione di un ordine spaziale multilaterale, evitando che il futuro dello spazio extra-atmosferico venga determinato esclusivamente dalla competizione bilaterale tra Washington e Pechino.