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Intelligenza artificiale e sicurezza: serve una nuova alleanza globale

26
Luglio 2026
Di Gianni Pittella

Stati Uniti, Europa e Cina devono definire regole comuni per evitare che la competizione tecnologica produca instabilità, conflitti e minacce incontrollabili .

L’intelligenza artificiale non è più soltanto una straordinaria innovazione tecnologica. Sta diventando uno dei principali fattori di potenza del XXI secolo, capace di incidere sulla competitività economica, sulla ricerca scientifica, sulla sicurezza nazionale, sulla difesa, sull’intelligence e sulla qualità delle nostre democrazie.

Chi guiderà lo sviluppo dell’intelligenza artificiale disporrà di un vantaggio strategico enorme. È per questa ragione che Stati Uniti e Cina considerano ormai l’AI uno dei terreni decisivi della loro competizione globale, mentre l’Europa cerca di colmare il ritardo accumulato negli investimenti, nella capacità di calcolo, nell’industria dei semiconduttori e nella disponibilità di grandi piattaforme tecnologiche.

La competizione è inevitabile. Può favorire l’innovazione, accelerare il progresso scientifico e stimolare nuovi investimenti. Ma non può essere l’unica logica con cui affrontare una tecnologia tanto potente.

Una corsa senza regole verso sistemi di intelligenza artificiale sempre più avanzati rischia infatti di generare conseguenze molto più gravi di una tradizionale rivalità economica o industriale. Attacchi informatici automatizzati, disinformazione su larga scala, manipolazione dei processi elettorali, sabotaggio delle infrastrutture critiche, utilizzo incontrollato di sistemi militari autonomi e decisioni strategiche basate su algoritmi opachi possono compromettere la stabilità internazionale.

Un errore di valutazione prodotto da un sistema di AI, una falsa informazione interpretata come una minaccia reale o un attacco informatico autonomo potrebbero persino provocare una pericolosa escalation militare.

È quindi necessario affermare un principio politico molto semplice: si può competere nell’innovazione, ma occorre cooperare sulla sicurezza.

Per prevenire i rischi di un’intelligenza artificiale mal indirizzata e, allo stesso tempo, valorizzarne pienamente i benefici, serve una grande alleanza tra Stati Uniti, Unione europea e Cina. Non un’alleanza politica tradizionale e neppure il superamento delle profonde divergenze geopolitiche esistenti, ma un patto di responsabilità tra le principali potenze tecnologiche del pianeta.

L’obiettivo dovrebbe essere la costruzione di uno spazio minimo di cooperazione globale, fondato su regole condivise per evitare che l’AI diventi un fattore di caos, di conflitto o di destabilizzazione.

La storia dimostra che anche nei momenti di maggiore contrapposizione è possibile individuare interessi comuni. Durante la Guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica continuarono a confrontarsi duramente, ma compresero la necessità di negoziare meccanismi di controllo degli armamenti, canali di comunicazione diretta e strumenti per ridurre il rischio di una guerra nucleare provocata da un errore.

L’intelligenza artificiale pone oggi una sfida diversa, ma non meno delicata. Anche in questo campo occorrono protocolli di sicurezza, procedure di trasparenza e strumenti di comunicazione tra le grandi potenze.

Una possibile risposta potrebbe essere la nascita di un’alleanza globale per la sicurezza dell’intelligenza artificiale, promossa inizialmente da Stati Uniti, Europa e Cina e successivamente aperta agli altri grandi attori internazionali.

Questa iniziativa dovrebbe concentrarsi su alcuni obiettivi fondamentali.

Il primo riguarda la definizione di standard comuni per lo sviluppo dei sistemi di AI più avanzati, in particolare quelli con applicazioni militari, strategiche o dual use.

Il secondo è la creazione di meccanismi di allerta e comunicazione per prevenire incidenti, errori algoritmici o interpretazioni sbagliate capaci di produrre un’escalation tra Stati.

Il terzo riguarda la protezione delle infrastrutture critiche: reti energetiche, sistemi finanziari, trasporti, ospedali, telecomunicazioni e pubbliche amministrazioni devono essere difesi dagli attacchi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale.

Il quarto obiettivo è la lotta alla disinformazione, ai deepfake e alle operazioni di manipolazione dell’opinione pubblica. Non si tratta soltanto di proteggere le elezioni, ma di difendere il rapporto di fiducia tra cittadini, istituzioni e informazione.

Il quinto è la cooperazione scientifica sui temi della sicurezza, dell’affidabilità e della trasparenza degli algoritmi, attraverso programmi di ricerca congiunti, scambi tra università e laboratori internazionali e strumenti indipendenti di valutazione.

Questa sfida, tuttavia, non può essere affrontata soltanto dai governi.

Il settore privato non può essere considerato soltanto come un soggetto da regolamentare. Deve assumere il ruolo di partner responsabile delle istituzioni pubbliche la cui leadership politica va preservata dalle inaccettabili teorie tecnocratiche tanto care a Peter Thiel.

Allo stesso tempo, la scienza e le università devono essere poste al centro di questa nuova architettura. Gli atenei e i centri di ricerca possono garantire indipendenza, trasparenza, verifica dei rischi, formazione delle nuove competenze e cooperazione internazionale.

La governance dell’intelligenza artificiale dovrebbe quindi poggiare su una doppia alleanza.

La prima, di natura geopolitica, tra Stati Uniti, Europa e Cina.

La seconda, di natura istituzionale e sociale, tra governi, imprese, comunità scientifica e università.

Nessuno di questi attori può affrontare da solo una trasformazione tanto profonda. Le istituzioni pubbliche possono definire le regole e garantire la legittimità democratica. Le imprese possiedono le tecnologie e la capacità di innovazione. La ricerca scientifica può valutare gli effetti di lungo periodo e indicare limiti, rischi e soluzioni.

In questo scenario l’Europa può svolgere un ruolo decisivo.

L’Unione europea non dispone ancora della stessa forza tecnologica e industriale degli Stati Uniti e della Cina. Tuttavia possiede una grande esperienza nella regolamentazione, nella tutela dei diritti, nella costruzione di standard internazionali e nella diplomazia multilaterale.

L’Europa non dovrebbe limitarsi a scegliere tra il modello americano e quello cinese. Dovrebbe proporsi come promotrice di un nuovo equilibrio tra innovazione, sicurezza, democrazia e responsabilità.

Potrebbe assumere l’iniziativa per convocare una conferenza internazionale sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale e proporre la creazione, nell’ambito delle Nazioni Unite o del G20, di un organismo permanente di confronto tra governi, imprese e comunità scientifica.

La vera posta in gioco non è soltanto chi vincerà la corsa all’intelligenza artificiale.

La domanda decisiva è se la comunità internazionale sarà capace di governare questa rivoluzione prima che i suoi effetti più pericolosi diventino incontrollabili.

L’intelligenza artificiale può migliorare la sicurezza, rafforzare la prevenzione delle crisi, sostenere la ricerca, aumentare la produttività e contribuire alla soluzione di grandi problemi globali. Ma può anche moltiplicare le minacce, accelerare i conflitti e rendere più fragili le nostre democrazie.

Per evitare questo rischio serve coraggio politico. Serve una grande alleanza tra le potenze globali e una nuova collaborazione tra istituzioni pubbliche, imprese private, scienza e università.

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