Esteri

Le sanzioni degli occidentali al Cremlino e le armi per l’Ucraina

04
Marzo 2022
Di Alberto de Sanctis

In settimana Stati Uniti, soci europei e altri paesi occidentali hanno dichiarato guerra economica alla Russia, adottando misure durissime come il divieto di effettuare transazioni con la Banca centrale e con il fondo sovrano della Federazione Russa per punirla di avere invaso l’Ucraina. Le sanzioni sono pensate per infliggere costi di lungo periodo, anche alla popolazione russa. Impossibilitando l’istituto centrale di Mosca a sostenere il valore del rublo, per esempio, l’obiettivo è di svalutarlo e isolarlo completamente (o quasi, vista la posizione contraria di Cina e India) dai circuiti finanziari mondiali. La mossa non è pensata per indurre Vladimir Putin a un immediato cambio di strategia: il conflitto armato continuerà a insanguinare e a devastare l’Ucraina anche nelle settimane a venire.

L’effetto sarà piuttosto un progressivo isolamento non solo del rublo ma della Russia tutta, come dimostrano le sanzioni dirette sul presidente e sulla sua cerchia o la disconnessione (con qualche eccezione per pagare il gas) di sette banche russe dal sistema Swift. Le conseguenze in questo caso non riguarderanno solamente le grandi aziende, ma anche le piccole-medie imprese manifatturiere russe i cui prodotti erano già stati consegnati e sono ora in attesa del corrispettivo economico.

L’Italia è fra i paesi europei più vulnerabili al potenziale effetto boomerang delle misure adottate dall’Ue, visto che la produzione di gran parte dei suoi beni più richiesti può essere replicata sul territorio della Federazione o di paesi terzi. Inoltre, le sanzioni potrebbero avvantaggiare la Cina qualora Mosca decidesse di imporre sistemi interbancari alternativi per la compravendita dei suoi idrocarburi o se optasse per appoggiarsi al Cips – l’ormai rodato clone cinese dello Swift.

Ciò spiega la titubanza iniziale degli Stati Uniti nel ricorrere all’arma finanziaria “nucleare”. Controllare in modo più o meno diretto le grandi piattaforme internazionali (internet, agenzie di stampa, messaggistica, e-commerce, pagamenti, geolocalizzazione) è parte integrante della potenza economica e informativa di un impero. In questo senso, la proliferazione di cloni immediatamente fruibili in vaste e popolose nazioni del pianeta non giova agli interessi americani e rischia di sancire la fine del mondo globale che conosciamo oggi.

L’esclusione della Russia dallo Swift è stata descritta come una misura “nucleare” anche per replicare alla scelta del Cremlino di mettere in massima allerta l’arsenale atomico russo. La conseguenza è che in futuro gli occidentali potrebbero dover convivere con la minaccia atomica di Mosca esattamente come i russi dovranno convivere con il peso di dure condizioni economiche.

Nel frattempo sono iniziati i colloqui fra le delegazioni russa e ucraina per porre fine alla guerra. Il conflitto vive di due tempi: quello lungo, delle sanzioni e del confronto Russia-Occidente; e quello breve, dei negoziati e dello scontro militare.

L’apertura delle trattative è stata resa possibile dalla disponibilità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky a negoziare lo «status neutrale dell’Ucraina» e il bisogno del Cremlino di ottenere risultati in tempi rapidi. L’obiettivo di Mosca non è la conquista dell’Ucraina, un’operazione evidentemente troppo onerosa, ma appunto la sua neutralizzazione.

Dal punto di vista russo, difatti, la neutralità di Kiev potrà consentirne un’eventuale riconquista in futuro, ma non necessariamente né a tutti i costi. Neutralizzare significa smilitarizzare l’esercito ucraino e arrestare il flusso di armamenti occidentali che raggiunge l’ex repubblica sovietica da giorni dopo che molti paesi europei e gli Stati Uniti hanno deciso di inviarle materiale bellico.

I casi più clamorosi sono quelli della finora cauta Germania e della neutrale Svezia. Le forniture sono state interpretate come un mezzo per aiutare gli ucraini a non cedere all’assalto russo, anche se più della sconfitta sul campo è probabile che gli occidentali puntino a evitare che Kiev finisca per cedere alla neutralità pretesa da Mosca.

La prima sorpresa sono stati i nordici: Svezia, Finlandia, Danimarca e Norvegia inviano missili anticarro, Copenaghen autorizza i propri cittadini ad andare a combattere come volontari al fronte. Le motivazioni sono diverse, ma è un segno di una convergenza del blocco nordico. Lo dimostra il sondaggio che per la prima volta nella storia assegna una maggioranza finlandese per l’ingresso nella Nato.

La sorpresa autentica è però la Germania, che oltre a mandare armi pesanti ha approvato un aumento della spesa militare di 100 miliardi di euro e sta discutendo se riattivare il servizio di leva e se accettare l’offerta della Francia di condividere l’arma nucleare. La minaccia di guerra non aveva scosso i tedeschi, ma l’invasione russa sì.

Il riarmo di Berlino è destinato a diventare la notizia del decennio. Gli americani, che pure avevano ottenuto la sospensione a tempo indeterminato di Nord Stream 2 e la riduzione dell’import di gas russo, possono esultare. Anche se sviluppi tanto repentini, come sempre avviene nella storia tedesca, sono imponderabili e rischiano di dischiudere ogni tipo di scenario.

Nel complesso il fianco orientale della Nato si attrezza per sostenere militarmente l’Ucraina, preludio dell’inevitabile irrobustimento del fronte del confronto Russia-Occidente nei mesi a venire. In questo schieramento svetta la Polonia, che si candida a diventare lo snodo dei rifornimenti bellici, in linea con la sua malcelata ambizione di ergersi a perno militare dell’Est Europa.

Eppure gli armamenti europei potrebbero non bastare a fare la differenza, né a impedire la vittoria sul campo di Mosca il cui potenziale bellico resta soverchiante. Saranno però fondamentali per armare un’eventuale Repubblica di Leopoli e un movimento di resistenza attivo a oriente del Dnepr nel caso in cui l’Ucraina dovesse spezzarsi in due.

La partizione del paese non è primo obiettivo di Putin, giacché costringerebbe la Russia a gestire uno stato di tensione permanente nell’area. Ma in guerra i piani non vanno mai come pianificato.