Nel 2003 l’amministrazione di George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq per rovesciare il regime di Saddam Hussein. Un regime brutale, senza dubbio. Ma la guerra aprì una stagione lunga e destabilizzante.
Negli anni successivi il Medio Oriente precipitò in una spirale di caos: guerre settarie, nascita e rafforzamento del jihadismo globale, fino alla comparsa dello Stato islamico. L’instabilità produsse anche un’enorme crisi umanitaria e politica che contribuì alla grande ondata migratoria verso l’Europa degli anni successivi.
Oggi la domanda torna drammaticamente attuale.
Se il conflitto con l’Iran dovesse allargarsi o prolungarsi, potremmo trovarci davanti a dinamiche simili:
instabilità regionale, radicalizzazione, nuovi flussi migratori e tensioni geopolitiche che arrivano fino all’Europa. Alcuni osservatori già temono che un eventuale collasso o forte destabilizzazione dell’Iran — un paese di quasi 90 milioni di abitanti — possa generare movimenti migratori di dimensioni senza precedenti.
Naturalmente il regime iraniano è repressivo e intollerabile per molti dei suoi stessi cittadini, soprattutto per i giovani che chiedono libertà e diritti.
Il regime iraniano e’ un regime dispotico , autoritario , crudele nella repressione del dissenso, minaccioso per i suoi progetti e il suo patrimonio balistico .
Ma la storia insegna che abbattere un regime senza avere una strategia per il “giorno dopo” può produrre effetti ancora più destabilizzanti.
Per questo la vera domanda non è solo se quel regime debba cambiare.
La domanda è: con quale strategia, con quali alleanze e con quale visione per la stabilità della regione?
Perché quando il Medio Oriente entra nel caos, prima o poi le conseguenze arrivano anche in Europa: sulla sicurezza, sull’economia, sulla politica e sulle nostre società.





