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Iran: altra notte di fuoco con attacchi incrociati, il petrolio va su e l’inflazione s’impenna

11
Giugno 2026
Di Giampiero Gramaglia

“Gli Stati Uniti bombardano l’Iran per la seconda notte consecutiva”: il titolo di Axios fa la sintesi di tutte le aperture dei maggiori media Usa e internazionali questa mattina. Accanto, nella testata del sito, c’è la foto della trimurti di guerra americana, il presidente Donald Trump con i segretari alla Guerra Pete Hegseth e agli Esteri Marco Rubio. La recrudescenza del conflitto, che sembra innescare una spirale senza fine, fa di nuovo salire il prezzo del petrolio, mentre si intrecciano indicazioni contrastanti sullo Stretto di Hormuz: completamente chiuso alla navigazione, secondo fonti di Teheran; parzialmente agibile, con mercantili che vi transitano ogni giorno, secondo invece il Central Command degli Stati Uniti, il comando responsabile per le operazioni militari nell’area.

Le fiammate di guerra incidono sul costo della vita negli Stati Uniti, oltre che sui prezzi dell’energia planetari. L’inflazione a maggio negli Usa è stata del 4,2% su scala annua – mai così alta dal 2023, un anno dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e quando era presidente Joe Biden -: è il terzo mese consecutivo di incremento dell’inflazione, un periodo che – non a caso – coincide con il conflitto. Il dato, che rende più problematica una riduzione del costo del denaro, preoccupa Trump, in vista del voto di midterm del 3 novembre.

Nella notte appena trascorsa, c’è stato uno scambio di colpi tra Usa e Iran: le forze armate americane hanno preso di mira “molteplici obiettivi” militari in Iran, fra cui centri di comando, difese anti-aeree, postazioni radar; e le basi Usa nel Medio Oriente hanno di nuovo dovuto fronteggiare una seconda ondata di attacchi di ritorsione iraniani. La recrudescenza degli scontri, dopo oltre due mesi di tregua sostanzialmente rispettata da Usa e Iran, è stata innescata dall’abbattimenti, avvenuto martedì nello Stretto di Hormuz, al largo dell’Oman, di un elicottero Usa Apache con due uomini a bordo – entrambi illesi e tratti in salvo da un drone navale -.

“C’è timore d’un ritorno a una guerra aperta in Medio Oriente”, scrive il New York Times, che giornale raccoglie una denuncia fatta da media iraniani, secondo cui gli Usa hanno colpito un impianto per l’acqua. In base all’analisi di immagini dei satelliti, il NYT lo conferma e scrive: “Non è chiaro se il serbatoio sia stati colpito intenzionalmente o per errore e se gli Usa sapessero che cosa ci fosse lì… Colpire in modo deliberato infrastrutture civili può costituire un crimine di guerra”….

Poche ore prima dei nuovi attacchi, il presidente Trump aveva diffuso un avvertimento in tal senso, dicendo che Teheran s’era presa “troppo tempo per accettare un’intesa per loro eccellente” e che avrebbe pagato le conseguenze di avere colpito la notte prima basi americane in tre Paesi, Bahrein, Kuwait e Giordania. In un commento, il Washington Post giornale constata che “Usa e Iran negoziano a forza di ultimatum e di attacchi, mettendo a rischio la tenuta del cessate-il-fuoco”.

Sulla situazione nello Stretto di Hormuz, cerca di fare chiarezza, senza per altro riuscirci, la Cnn: “L’Iran minaccia di chiuderlo, mentre il Central Command sostiene che navi commerciali continuano a transitare attraverso lo Stretto”; e il comando Usa afferma, inoltre, di avere bloccato, al largo dell’Iran, un ottavo cargo che cercava di forzare il blocco imposto ai porti iraniani.

Alla Fox, Trump rivela di avere personalmente ricevuto da Teheran una richiesta di porre uno stop ai bombardamenti. La telefonata tra il magnate presidente e un emissario iraniano – si ignora chi con precisione – faceva seguito agli attacchi su obiettivi iraniani condotti dai militari americani nella notte tra martedì e mercoledì, “con 49 missili Tomahawk su obiettivi a una sessantina di km da Teheran e lungo le coste sud-occidentali iraniane – tutti particolari forniti da Trump e che, quindi, vanno presi con beneficio d’inventario -.

Trump aveva pure detto alla Fox che gli Stati Uniti erano pronti a rilanciare una rapida escalation dell’azione militare, se Teheran non accettava un accordo per superare la crisi in atto. “Li bombarderemo entro domani”, aveva detto. E, su questo, è stato di parola.