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Iran: guerra in stallo, missili e droni; Trump valuta opzioni, mentre fronte interno s’incrina; Israele uccide leader iraniani

18
Marzo 2026
Di Giampiero Gramaglia

La guerra è in stallo, dicono gli esperti. Ma non andate a dirlo agli iraniani, martellati ogni giorno da bombe e missili americani e israeliani; ai libanesi, che a milioni devono evacuare le loro case davanti all’invasione di terra israeliana; e anche gli israeliani, costretti nei rifugi dai missili e droni iraniani e delle milizie sciite alleate di Teheran.

Venti giorni dopo il suo inizio, il 28 febbraio, la guerra è in stallo, assicurano gli esperti, nonostante l’uccisione, ieri, da parte di Israele, del ‘numero due’ del regime iraniano, Ali Larijani, potente capo del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale, e di Gholamreza Soleimani, il comandante dei Basij, i violenti tutori della morale islamica. Forse Larijani era di fatto il ‘numero uno’ del regime iraniano dopo l’uccisione della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e in assenza di notizie della sorte del successore designato, il figlio Mojtaba Khamenei.

Il presidente Usa Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu non hanno raggiunto nessuno dei loro obiettivi dichiarati: non hanno annientato le capacità nucleari iraniane, tanto che Trump valuta un’azione ad hoc per cercare di impadronirsi e/o di distruggere l’uranio arricchito iraniano, il che costituirebbe, avverte il New York Times, questa mattina, in prima pagina  “una delle più rischiose operazioni militari nella storia moderna” (e, forse, la più rischiosa di sempre);  non hanno azzerato le capacità offensive iraniane, missili e droni, che continuano a essere lanciati; non hanno né ottenuto né innescato un cambio di regime, nonostante – nota il Wall Street Journal –“Israele dia la caccia uno per uno ai leader iraniani, andando a colpirli nei loro covi”.

E Trump non può garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, una via d’acqua vitale per gli approvvigionamenti energetici di mezzo mondo. Dopo avere rovesciato sull’isola di Kharg ordigni da due tonnellate, il magnate presidente sta soppesando se cercare di prendere il controllo dell’isola da dove l’Iran esporta il suo petrolio. Un’operazione del genere consentirebbe di limitare drasticamente la capacità di Teheran di trarre vantaggio dalle sue risorse naturali, ma farebbe ulteriormente impennare i costi energetici in tutto il Mondo e colpirebbe i consumatori americani, che votano avendo in mente più il prezzo della benzina alla pompa che la geo-politica.

Trump incassa in malo modo, cioè alla sua maniera, il no della Nato e degli europei a organizzare una ‘invincibile armata’ per garantire la libertà di navigazione nel Golfo, all’insegna del “te la sei cercata, senza neppure consultarci; ora sbrogliatela da solo”: e deve fare i conti con la cattiva scelta di liberarsi quasi del tutto dei dragamine di cui ora avrebbe bisogno. Aaron Blake, sulla Cnn, scrive che Trump “appare non connesso con la realtà e impreparato”: il che gli fa pensare che “l’uomo che ha scatenato la guerra in Medio Oriente non ne avesse compreso a pieno le conseguenze”. Mentre proclama vittoria su tutti i fronti, ordina di rivedere le misure di sicurezza e di ridurre il personale nelle ambasciate degli Usa del Golfo: il Dipartimento di Stato ha contato oltre 300 attacchi contro gli interessi americani nella regione in meno di tre settimane.

Quanto al cambio di regime, il Washington Post ha un’esclusiva imbarazzante: in un cablogramma al Dipartimento di Stato, si riferisce che Israele sprona gli iraniani all’insurrezione, pur consapevole che i manifestanti andrebbero incontro a un massacro da parte delle forze di sicurezza, la cui linea dura non è stata intaccata, ma è anzi stata esacerbata, dagli attacchi israelo-americani.

Ma è il fronte interno alla galassia Maga di questa guerra a fare da minimo comune denominatore dei media Usa questa mattina, con le dimissioni di Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center. Kent, un Maga 100%, un veterano di 11 missioni di guerra degli Usa all’estero, un uomo che ha perso la moglie – militare anch’essa – in un attacco kamikaze in Siria, ha scritto una lettera al presidente Trump e l’ha poi reso pubblica: lascia l’Amministrazione in dissenso con le ragioni del conflitto, perché l’Iran non costituiva una minaccia immediata per gli Stati uniti, spinti in guerra dall’insistenza di Israele e della potente lobby ebraica americana.

Kent è il primo alto funzionario Usa a dimettersi per l’attacco all’Iran: era uno stretto collaboratore della direttrice della Nsa, National Security Agency, la molto discussa Tulsi Gabbard. Su X, Kent scrive: “In coscienza, non posso appoggiare la guerra in Iran”.

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