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Iran: timori di guerra imminente, ma Trump dà spazio a brevi negoziati

20
Febbraio 2026
Di Giampiero Gramaglia

I timori di una guerra all’Iran imminente, nonostante il presidente Usa Donald Trump abbia ieri
detto a più riprese che intende lasciare 10/15 giorni di tempo ai negoziati per trovare un’intesa,
prevalgono nettamente, sui media internazionali, sulle cronache della prima riunione a Washington
del Board of Peace per la Striscia di Gaza (e non solo). Per la Ap, la sintesi dei lavori del Board sta
in due cifre: i 10 miliardi di dollari versati dagli Stati Uniti e i sette miliardi provenienti da nove
altri Paesi che – scrive l’agenzia – “non è chiaro per cosa e come saranno spesi”, ma che
dovrebbero finanziare la ricostruzione a Gaza.

Al Board e poi sull’AirForceOne che lo portava a Rome in Georgia, il magnate presidente ha detto
che “o troveremo un accordo con l’Iran o sarà una brutta cosa per loro”. L’intesa potrebbe
riguardare il programma nucleare iraniano, per escludere la possibilità che Teheran abbia l’atomica,
i missili iraniani capaci di colpire Israele e la situazione interna iraniana, in cambio d’allentamenti
delle sanzioni economiche e commerciali degli Usa verso l’Iran.

Nei loro titoli, spesso illustrati con mappe dello schieramento militare Usa nel Golfo e in tutta
l’area, dove deve ancora arrivare la portaerei Ford con la sua squadra, i più importanti media
americani insistono sulla possibilità di un attacco a breve: “Trump appare pronto ad attaccare l’Iran,
mentre il dispositivo militare americano prende corpo”, titola il Washington Post, che però avverte:
“Anche se gli Stati Uniti e il loro alleato Israele hanno un vantaggio militare sulle forse iraniane,
Teheran ha modo di rendere doloroso ogni attacco”.

Il Wall Street Journal avanza la possibilità di “un attacco limitato, per costringere l’Iran all’intesa”:
“Trump valuta una gamma di opzioni militari, pur dicendo di preferire la diplomazia”. Per la Cnn,
“Trump confronta le opzioni sull’Iran, da attacchi mirati al rovesciamento del regime”. La Fox, che
cita fonti dell’opposizione iraniana, rovescia la prospettiva: “L’Iran si prepara alla guerra, fortifica
le installazioni nucleari e ricostruisce quanto distrutto nella ‘guerra dei 12 giorni’ l’estate scorsa,
mentre porta avanti le trattative”, che, in quest’ottica, servirebbero solo a guadagnare tempo.
Il New York Times istilla un dubbio: “Trump valuta se colpire l’Iran, ma si rifiuta di spiegare
perché intenda farlo… Raramente in tempi recenti gli Stati Uniti si sono preparati a condurre un
atto di guerra importante avendone fornito cosi poche spiegazioni o avendone così poco discusso
pubblicamente. In proposito, Axios fa sapere che in Congresso si discute se concedere
preventivamente a Trump i poteri di guerra all’Iran.

New York Times e Politico aprono un focus su altri aspetti di politica estera: verso la Russia, che
Trump “sta riportando nel gioco dal freddo” in cui era finita con l’invasione dell’Ucraina, attratto
dalla prospettiva “di tremendi affari”; e verso la Cina, a proposito della quale Trump avrebbe dato
un ultimatum all’America latina, “O me o XI”, inteso come il presidente cinese Xi Jinping. Sempre
ieri, trump ha espresso il desiderio di avere la Cina e la Russia nel Board of Peace. Proprio il Board of Peace offre ai media più giochi di parole che notizie: Euronews parla di “Board
della discordia; e Politico interpreta così la decisione della Commissione europea e di alcuni Paesi
europei fra cui l’Italia di essere presenti ma come osservatori: “Nella stanza, ma non a bordo”
sfruttando la duplicità di Board in inglese. Secondo Euronews ed Euractiv, la presenza alla riunione
del Boar della Commissione, insieme “a tutti i fedeli ri Trump o quasi”, fa storcere la bocca a più
d’un Paese dell’Unione.

Board of Peace: la prima riunione
Una decina di miliardi dagli Usa, oltre sette da nove Paesi membri, migliaia di soldati per costituir la forza di stabilizzazione internazionale (Isf) offerti da cinque Paesi: sono i dati con cui Trump
inaugura a Washington il Board of Peace per la Striscia di Gaza, il controverso organismo da lui
presieduto a titolo personale, nell’ambito del piano di pace varato a inizio ottobre. Per il racconto
della riunione, ci affidiamo al corrispondente dell’ANSA Claudio Salvalaggio.

La sede è quella dell’Institute of Peace, ribattezzato col nome di Trump. Ci sono i rappresentanti
d’una cinquantina di Paesi: meno della metà sono membri effettivi, gli altri osservatori. I leader
sono pochi: fra di essi, il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orban.
Fra gli osservatori, invece, la commissaria Ue per il Mediterraneo Dubravka Suica, il vice-premier e
ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e un funzionario tedesco. Assenti Gran Bretagna e
Francia, come pure Russia e Cina, che stanno ancora valutando l’invito ma “saranno coinvolte”,
assicura Trump.

La musica e i toni sono da comizio, con l’eclettica playlist a tutto volume che include Elvis Presley,
i Beach Boys, ‘Gloria’ di Umberto Tozzi nella versione della cantante americana Laura Branigan e,
nel finale, l’immancabile colonna sonora della campagna elettorale Maga, ‘Ymca’. Non mancano
cappellini rossi Maga distribuiti ai partecipanti. Il magnate presidente parla per un’ora, ma divaga molto, come fa nei comizi: attacca gli oppositori, esalta i guadagni di Wall Street, evoca i dazi, dà un ultimatum di 10 giorni all’Iran, elenca ed elogia
i leader presenti.

Poi lancia frecciate a chi non ha aderito al Board of Peace, un organismo “senza pari per potere e
prestigio: quasi tutti hanno accettato” l’invito “e quelli che non l’hanno fatto, lo faranno”; alcuni
“stanno un po’ facendo i furbi, ma non funziona, non potete fare i furbi con me”. Ancora: “Molti
dei nostri amici europei stanno presenziando oggi e siamo ansiosi di vederli diventare membri a
pieno titolo… Tutti vogliono diventare membri, abbiamo avuto una grande risposta dall’Europa”.
In realtà, la reazione europea è stata finora prevalentemente fredda o tiepida, per l’opaco profilo
statutario dell’organismo e i timori che voglia sostituirsi all’Onu, nonostante un avallo venuto
proprio dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In effetti, Trump quasi ribalta le relazioni
tra le due istituzioni. “Penso che le Nazioni Unite abbiano un grande potenziale… Il Board of Peace
avrà il compito di sovrintendere all’Onu e di assicurare che funzioni correttamente… Rafforzeremo
le Nazioni Unite, ci assicureremo che le loro strutture siano efficienti… Se hanno bisogno di aiuto,
dal punto di vista finanziario, possiamo aiutarle…”.

Tra i risultati annunciati, i sette miliardi promessi da Kazakistan, Azerbaigian, Emirati Arabi Uniti,
Marocco, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait, oltre ai 10 degli Usa. Ma per l’Onu
servono almeno 70 miliardi per la ricostruzione di Gaza. Le Nazioni Unite contribuiranno
all’assistenza umanitaria con due miliardi; la Fifa darà 75 milioni per progetti sul calcio; la Norvegia
ospiterà un evento del Board of Peace, ma senza aderirvi.
Il generale Usa Jasper Jeffers, comandante della Isf nella Striscia, ha fatto sapere che cinque Paesi
hanno offerto i loro soldati o poliziotti: Marocco, Kazakistan, Kosovo, Albania e Indonesia (fino a
8.000 uomini), che assumerà il comando in seconda.

La forza inizierà ad operare nella città di Rafah, controllata da Israele, e addestrerà una nuova forza
di polizia, con l’obiettivo finale di preparare 12.000 agenti e schierare 20.000 soldati. The Guardian
scrive che gli Usa pianificano anche “la costruzione di una base militare” per 5.000 unità nel sud
della Striscia, estesa su una superficie di oltre 1,4 chilometri quadrati, come base operativa militare
per la Isf.

Tra i nodi da sciogliere la smilitarizzazione di Hamas: “sembra che si sbarazzeranno delle loro armi
ma dobbiamo accertarlo”, ha detto il presidente, minacciando altrimenti “punizioni durissime”.
“Non esiste un piano B per Gaza. Il piano B è tornare alla guerra. Nessuno qui lo vuole”, ha
avvertito il segretario di Stato Usa Marco Rubio.