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Guida autonoma, la nuova sfida industriale che l’Italia non può perdere

22
Ottobre 2026
Di Beatrice Telesio di Toritto

(Articolo pubblicato su L’Economista, inserto de Il Riformista)

La guida autonoma non riguarda più soltanto l’automobile del futuro. Sensori, intelligenza artificiale e sistemi capaci di far dialogare veicoli e infrastrutture stanno ridisegnando il mercato della mobilità, dal trasporto pubblico alla logistica. La vera sfida economica, però, non è dimostrare che un mezzo possa viaggiare senza conducente: è costruire intorno a quella tecnologia servizi e filiere industriali in grado di durare.

Le distanze tra i grandi mercati si stanno già ampliando. Negli Stati Uniti Waymo ha comunicato a marzo 2026 di aver raggiunto 500mila corse a pagamento alla settimana; in Cina Apollo Go di Baidu ha registrato 3,2 milioni di viaggi senza conducente nel primo trimestre dell’anno. L’Europa, pur disponendo di competenze nell’automotive e nella ricerca, avanza con maggiore prudenza tra progetti pilota e regole in evoluzione. Il rischio è che la crescita del mercato si traduca soprattutto nell’acquisto di tecnologie sviluppate altrove.

In Italia il problema è passare dai laboratori alle strade. Eugenio Patanè, assessore alla Mobilità di Roma Capitale, ha richiamato anzitutto l’utilità pubblica dell’innovazione: ridurre gli incidenti, rendere gli spostamenti più accessibili ad anziani e persone con disabilità, raggiungere le periferie e rafforzare il trasporto collettivo. Roma lavora a un modello in cui il veicolo comunica con l’infrastruttura e ha aperto agli operatori interessati a sperimentazioni avanzate. Ma l’ostacolo non è soltanto tecnico. «Le sperimentazioni muoiono quando finiscono i fondi», ha avvertito Patanè, chiedendo risorse dedicate e regole certe. L’Europa, secondo l’assessore, «può vincere però per regole, può vincere per dettare standard».

Un messaggio emerso nel corso del convegno «Guida autonoma: dalla sperimentazione a una mobilità nuova», organizzato a Roma il 14 ottobre da TTS Italia, MOST e PAVE Europe, che ha riunito istituzioni, imprese e mondo della ricerca intorno alla necessità di trasformare i progetti pilota in servizi e opportunità economiche concrete.

È proprio questo il passaggio sul quale si stanno confrontando le principali città italiane impegnate nello sviluppo della mobilità autonoma. A Milano, come spiegato da Veronica Bellonzi, direttrice dell’Area Smart Mobility del Comune, la prospettiva è quella di ribaltare l’approccio finora prevalente: non partire dalla tecnologia per cercarne successivamente un’applicazione, ma individuare prima i bisogni dei cittadini e costruire servizi capaci di rispondervi. La guida autonoma potrebbe così contribuire a migliorare l’accessibilità, soprattutto per le persone con difficoltà motorie o visive, attraverso una progettazione condivisa tra amministrazioni, imprese e utenti. Una condizione essenziale per evitare che, conclusa la fase sperimentale, non resti alcun servizio effettivamente utilizzabile.

Una prospettiva che trova nell’esperienza di Torino una prima misura delle opportunità, ma anche degli ostacoli ancora da superare. Elena Deambrogio, responsabile della Promozione dell’Open Innovation, delle Relazioni con le Imprese e con il Mondo della Ricerca della Città di Torino, ha illustrato i risultati della sperimentazione di una navetta autonoma che ha trasportato circa mille passeggeri in cento giorni di servizio, percorrendo quasi il 90% dei chilometri in modalità autonoma. Un’esperienza che ha contribuito ad aumentare la fiducia degli utenti, mostrando però come la maturità tecnologica non coincida ancora con quella economica. I costi restano elevati e i finanziamenti legati ai singoli progetti non garantiscono continuità. Per questo il futuro del settore passa anche dalla costruzione di programmi pluriennali, investimenti pubblico-privati e infrastrutture condivise, capaci di sostenere applicazioni diverse, dal trasporto a chiamata alla logistica urbana. La tecnologia può funzionare, ma senza un modello di business sostenibile difficilmente diventa mercato.

È qui che le esperienze locali incontrano una scelta nazionale. Per attrarre capitali e sviluppare una filiera italiana occorrono regole che consentano di superare la fase sperimentale, chiarendo responsabilità e condizioni operative. Sul nuovo Codice della strada, approvato proprio in questi giorni dal Consiglio dei ministri, Andrea Casu, deputato del Pd e vicepresidente della Commissione Trasporti della Camera, ha espresso forti preoccupazioni, sostenendo che l’impostazione del Governo rischi di spingere investimenti e competenze verso altri Paesi europei. «Ma come pensiamo di poter essere competitivi nel costruire automobili in Italia se saremo costretti ad acquistare dall’estero tutte le tecnologie necessarie a far funzionare le auto del futuro?». Una domanda che riporta la guida autonoma alla sua dimensione industriale: non basta sperimentare nuovi mezzi, bisogna decidere quale ruolo l’Italia vuole avere nella mobilità di domani.