Sarà altamente rivelatore il risultato del referendum del prossimo weekend, e non solo per l’enorme importanza della consultazione e per i suoi inevitabili riflessi sulla campagna elettorale per le politiche del ‘27 che si aprirà un minuto dopo la chiusura delle urne referendarie.
Ma anche per un aspetto solo apparentemente laterale: in realtà, culturalmente più ancora che politicamente, si tratta di un punto essenziale. Riuscirà un segmento di elettori di sinistra che vorrebbe votare Sì a farlo davvero?
Questi italiani riusciranno a superare l’accerchiamento del quale sono oggetto? Potranno contrastare il clima di intimidazione che li sta circondando, come se votare Sì fosse un censimento al melonismo e un tradimento della sinistra?
In politica estera (su Israele), nei mesi scorsi, pochissimi riuscirono a trovare coraggio da quelle parti. Stavolta potrà aiutare indubbiamente la segretezza del voto. Ma se pure in questo caso tali energie riformiste non dovessero manifestarsi, vorrebbe dire che l’appiattimento a sinistra e la soggezione all’estremismo sono diventati incontrastabili.





